domenica 19 novembre 2017

ARBEN DEDJA "Il racconto del Membro del Politburo", di Rossella Valentino



Agli inizi pranzavamo e cenavamo spesso
insieme
per i compleanni dei bambini delle mogli
poi cominciammo a incontrarci raramente
poi ancora di meno
(in pratica ogni 5 anni per la Festa della Liberazione)
poi soltanto per porgere le condoglianze
per la morte dei nostri genitori
a poco a poco cominciammo a morire anche noi
malattie incidenti
invecchiavamo intanto e le morti aumentavano
ancora malattie incidenti qualche suicidio
e fu così che aprimmo una parcella a parte al cimitero
poi allestimmo un servizio speciale di becchini
poi mettemmo delle guardie armate
per difenderli dai branchi di lupi
poi decidemmo di mollare picconi e pale
poi ordinammo ai becchini di tenere con sé un materasso
poi non inchiodavamo neanche il coperchio della bara
alla fine usavamo una sola bara
su e giù con il morto di turno.

PECORE GROSSE di Alfonso Lentini



A un certo punto comparvero topi ovali, grandi come bidet; e questo molto ci sorprese. Più avanti incontrammo pecore grosse come caldaie condominiali; e questo ci diede una certa consolazione perché, almeno, le proporzioni venivano rispettate.

Ma perdemmo definitivamente le speranze quando arrivarono le galline. Dondolavano le loro sgraziate proboscidi strisciandole nella polvere. E parlavano piano, al punto che nessuno di noi riuscì a capire cosa volessero da noi.

STORIE di Giuseppe Zimmardi

Dopo avere accompagnato la madre in un pub del centro a intervistare il cantautore del momento, Il figlio di otto anni, di ritorno a casa, le disse:
- Mamma mi piace quando mi porti nei bassifondi della città

STORIE DEL SIGNOR JFK (114) di Francesco Gambaro




JFK ha il terrore, vive col terrore di perdere le cose. Le cose sono, di volta in volta, gli occhiali, le penne, le ciabatte, le lampadine (grazie alle quali rovista i suoi bauli pieni di altre cose, forbicine, unghie, molari e premolari), le chiavi, le carte dei suoi solitari, la pace (ferocemente guadagnata il giorno del suo ottantaquattresimo). Ma quando tutte sono attorno a lui, in ordine, presenti all’appello come soldati, l’inquietudine lo assale, gira e rigira in casa cercandone una che non sia al suo posto e, non trovandola, nitrisce.

sabato 18 novembre 2017

UNA STORIA TERMINATA POCO DOPO LA MORTE di Francesco Gambaro



Il computer non ci sta. Avvinto dalla trama corre più veloce delle sue mani tramanti. Quando l’Autore si accascia sulla tastiera si imbufalisce, anche se dicono che i bufali non si imbufaliscono mai. Il mouse si gonfia come un rospo e, a colpi di spallate, scosta la testa pensante dell’autore dalla tastiera, facendo peraltro precipitare a terra l’intero corpo deceduto. Non quello rimasto nella memoria precognitiva del computer che, infatti, prosegue a digitare tutta la notte. Scrive, per pietas, insieme all’autore deceduto, un finale che l’autore non potrà mai sottoscrivere. Non sarà un successo ma una storia compiuta. Il computer non scalpita dentro il sacco degli ingombranti. E’ secco. A zampe al cielo come un carterus fulvipes, un poveraccio fitofago, uno scarabeo nero, finisce senza gloria nel tritacarne del camioncino dei rifiuti indifferenziati.

STORIE di Giuseppe Zimmardi


Catturato un piccione a piazza san Pietro un bimbo, risoluto a tenere per se’ la bestiola, si convinse a liberarla solo dopo che i genitori gli fecero notare che il Papa si sarebbe dispiaciuto nel trovare un volatile in meno alla, in verità poco probabile, conta serale.

COME IL MIRMICALEONE di Alfonso Lentini



Come il Mirmicaleone, quell’essere incoerente che è metà insetto e metà belva feroce. E muore di fame perché non può soddisfare contemporaneamente le esigenze alimentari delle sue due nature, che sono inconciliabili (e come immaginare una formica che sbrana una zebra o un leone che si sazia con un chicco di grano?).
Me la vedo schizzare via dalle pagine di un libro di miniature medievali, questa bestiaccia immonda; gironzolare per casa, arrampicarsi veloce sulle pareti come un grosso scarafaggio. Deve anche puzzare.
Lo guardo andarsene in giro, scivolare sotto il tavolo, scomparire nella penombra.
Come lui anch’io.  Si capisce che.
Lo osservo con sentimento di fratellanza.
Avendo anch’io più di una natura, devo essere ridotto davvero male.
Ma intanto la ferita va un poco meglio, riprendo respiro. Diciamo.
Faccio scivolare la pezza bagnata sulla parte dolorante e sento una specie di sollievo. Gli impacchi di acqua fredda sulla faccia non risolvono granché, ma danno un certo conforto.
Attorno a me ruota questa grande stanza quasi vuota. Odorosa di gesso. Ruota lentamente, insieme alla mia testa.

(da “Misterium sanguinis”, inedito)