domenica 25 giugno 2017

STORIE DEL SIGNOR JFK (89) (remake) di Francesco Gambaro




Sente la pelle sotto la doccia intenerirsi. Scollarsi. Un po' coniglio scuoiato. Attento a non leccare le ferite insaponate, si raccomanda JFK. La carne viva fa la sua strada. Sprizza, si miscela, fuori dal gettito, alla pelosa guazzabunaglia. Per vanità JFK non esce dal bagno, per vanità non si fa guardare, per vanità si osserva allo specchio e non gioisce. Alla loro vista le bruciature si infiammano. Le campane pendule rintoccano sille cosce impietose. Rivolgiti a qualcuno, si consiglia JFK, perdio! Ma qualcuno non c'è, in più non sa più come muoversi. In più è spaventato dalla presunzione della sua sussistenza. Non sei tu che devi essere soccorso, né chi ti ha ridotto così, si lamenta JFK Il Lamentatore. Perde adesso un osso, due gli ossi adesso. Da destra il perone, da sinistra tibia e astragalo. Che farebbero tre. Una rotula, investita d'aria, è indecisa se lanciarsi nel vuoto. Che facciano quello che vogliono. Con dolore, senza paura, primattore della scena. Si allontana a fatica dallo specchio e, come per miracolo, scompare. JFK nota che JFK, fuggendo dallo specchio, ha lasciato in terra pezze e attrezzi del mestiere. L'inganno non rassicura JFK. Non si insegue e non ritorna allo specchio. Si nega il piacere di rivedersi sano anziché a brandelli. Si abbandona sulla ciambella della tavolozza. Stupisce sia ancora lì. In realtà, uno scheletro a pezzi.

sabato 24 giugno 2017

STORIA DELL'AMORE 2 (Primum lenire dolorem) di Francesco Gambaro





Quale martirio, che carne da cannone è diventato l'amato amante finendo ogni volta inerme, per strenuo e fiero carnascialismo, nelle grinfie di un nemico atavico e insolente che, a poco a poco, passo passo, pedetentim, lo ha consumato come un cracker e lo costringe a scrivere confiteor. A ogni ricaduta privato di mordente, del magico anello impermeabile alle regole del matrimonio. Ma c’è anche il caso di chi ha perso la ragione, e quello di chi si è per sempre rintanato in casa, sanguinolento e senza pantaloni. Dio ne scampi dall’ultima che ha avuto. L'ultima fu come la prima. Ma poi l’ha avuta? Che ricordi confusi e cialtroni. Le ha solo morso le labbra. Tenere ed elastiche. Labbra diciassettenni. Ad una certa età può bastare un morso per il piacere, per sentirsi posseduto. Ci fai figura anche coi denti se ancora li hai. Più figura se i denti non sono, come tutto il resto, pròtesi. Per dirla tutta, dice il dottore all'amato amante, si deve accontentare. Era una vecchia amica. Un sogno. Era proprio come l’aveva lasciata. In più così disponibile che sembrava la copia di quella immaginata a diciassette anni. Ne aveva cinquanta, sessanta, sessantatre e non si sarebbe detto. Una coetanea. Questo forse riunisce l'amante all'amato. Come li unisce veramente? E per quanto tempo? Il buio è calato dopo quei morsi. Un tonfo in un letto ministeriale, l’intrusione di una compagnia di attori che in quella stanza devono provare, la fuga in strada per ricucire un rapporto, forse mai rinato, le parole di lei al sapore di selce: mi hai guardato bene? La guardava, e più la guardava più lei diventava bellissima, il suo corpo perfetto, il suo sguardo illuminante. Non fuggiva: lo affrontava, gli veniva addosso. Ti sei guardato bene? chi ti credi di essere? Sei un uomo decaduto. E' il momento in cui l'amante viene risucchiato nel buco nero dei suoi decadenti pensieri e recede. Quanta sbobba di fiele può contenere e riversare addosso dell’amato la bocca di un’amante. Risucchiato e subito rovesciato fuori. Decaduto ma non disposto a recedere. Illusional come il gerovital, canta Paolo Conte. Le punizioni purificano. Le offese, gli insulti del tempo, il lordume umano fanno santi gli amati amanti se sanno accoglierli senza reagire o rigurgitare. Lo ha definitivamente distratto la visione di lei che, voltandogli le spalle, si allontana. L'amante si accorge di qualcosa. Un particolare. Un’alopecia del cozzo con contorno di capelli grigi. Fa la chemioterapia, travisa il codardo. Dio ne scampi dalla chemio. Dio ne scampi dal cancro e dalle amanti.

venerdì 23 giugno 2017

STORIA DELL'AMORE (Primum) di Francesco Gambaro





L’azione più intelligente che un’amante fa, dopo avere copulato con l’amato la prima volta, è infilarsi il suo maglione, o un indumento equipollente (pur che l’amante non sia di stazza doppia dell’amato, ma par capiti di rado) e abbracciarselo e strusciarselo come sembiante, in vece del suo corpo, scomposto e grippato sull’angolo di un divano, o aggrovigliato nelle crude lenzuola di un albergo, o ammanettato alle barre della testata del letto. Posto che l’amato sia amato e non amante, sia cioè per la polizia matrimoniale, ancora, marito osservante, ciò che succede dopo, causa quest’atto di proditorio irretimento, dio ne scampi. Capita appena dopo, infatti, quando l’amato infila l’altra chiave nell’altra toppa, quella della porta di casa, che si risvegli in lui lo stordito senso dell’olfatto. Quanto l’aveva beato nel vortice del piacere, e nella continuazione di esso come suo correlativo (il profumo arcichimico di lei), lì si materializza e si rivela trappola ad orologeria. Ormai è già in casa, sente i passi dei famigli in agguato, e gli effluvi del suo maglione spandersi come pipì di gatto a marca del territorio. Si abbandona sulla poltrona, fingendo sfinimento (senonché sfinito lo è davvero, e non soltanto per gli esercizi di ginnastica straordinaria, ma per l’accelerazione brutale subita dalle sinapsi in cerca di un’arrangiamento convincente, di una difesa all’attacco, ecc.) ed erogando parole a fluvio, per tema di una domanda, di un’osservazione che ponga la questione di quel nuovo estraneo in casa, che in casa qualcuno ha portato da fuori (qualcuno chi? non lui). Al postutto, quando l’atmosfera si è placata e, complice, pare abbia risucchiato gli atomi fedigrafi, la consorte gli si avvicina e spiaccicandogli in fronte un bacio consolatorio lo invita a un drink per la ripresa, lui ha l’improntitudine, il convincimento, la sicumera di tranquillizzarsi pensando: se mi invita non se ne è accorta. Ma se ne è accorta.

giovedì 22 giugno 2017

SULLE RIVE DEL TONTO (8) di Elio Coniglio




Con aria complice, Francesco estrae dalla tasca un fazzoletto di seta e, una piega dopo l'altra, lo svoltola, finché fra gli azzurri cangianti della stoffa non appare un bioccolo di lana di un biancore davvero abbacinante. "Una nuvola delle Pampas!" sussurra e i suoi occhi brillano mentre la stringe amorevolmente tra indice e pollice...

mercoledì 21 giugno 2017

STORIE DEL SIGNOR JFK (88) di Francesco Gambaro




A 84 anni non ce la fa più a difendere dai Tartari i pochi ortaggi di sostentamento (comprese 3 galline e un'oca dalle uova di marzo). JFK ha deciso di comprarsi un molto pratico, innovativo, ecologico, autonomo (alimentato per i fatti suoi dal sole) DISSUASORE A SPRUZZO EVOLUTO. I Tartari ossessionano la testa di JFK. Assaltano da tutte le parti la ridotta dove da anni si è recluso, minacciosi e minacciando la sua stessa incolumità. I Tartari sono gatti, cani, tassi, conigli, volpi, cervi, aironi, uccelli, scoiattoli, ippogrifi, granchi, viperelle, bisce e biscioni maledetti, zanzare e, il va sans dire, papillons de la nuit. Il dissuasore utilizza un getto d'acqua a pressione che spaventa gli animali intrusi, preservando terreno, territorio e ridotta dagli effetti ferali. Funzionerebbe anche di giorno, ma JFK sin dalle cinque di mattina è vigile e armato del suo famoso sputo di tabacco da mastico. Per questo lo avvia solo di notte: spruzzo evoluto utilizza gli infrarossi per rilevare il movimento fino a 10 mt, consuma solo 2-3 tazze di acqua per ogni spruzzo, copre ben 150 mq, è portatile e non necessita di collegamento alla rete idrica. Tuttavia JFK avrebbe deciso di disfarsi del devastante oppressore di animali, dopo avere constatato di essere soltanto lui, ogni notte, l'animale bersaglio di spruzzi evoluti.

martedì 20 giugno 2017

CASTELLI VS REZZA di Francesco Gambaro



Quando Anto tornò a casa, trovò l'insonne e la giovane nel suo letto e venne rapito dal fascino della ragazza. L'insonne gli ispirò solo indifferenza. Anto guardò ancora la giovane e chiese “Perché non apre gli occhi?”. “Perché li ha prigionieri delle incrostazioni del sonno. Ha sempre dormito” rispose l'insonne. Anto si avvicinò alla giovane e vide che i suoi occhi erano completamente sommersi dalle secrezioni notturne. “E' come se il sonno si fosse recluso” disse Anto. “Perché vuoi trovare tutte le posizioni?” chiese l'insonne. “Per non annoiarmi mai mentre dormo” rispose Anto, che continuava a fissare la giovane.” Antonio Rezza, Son(n)o, Bompiani 2005

Figure dell'insonnia. Supino, in quiete; disteso su un fianco; supino a forbici; supino, e capovolto, con le mani piatte, sotto il costato; supino, una gamba mollemente divaricata e un braccio pensile; supino, col capo reclinato sulla tempia destra; disteso sull'altro fianco; capovolto e le braccia pensili; supino, e capovolto, a rana; supino, una gamba a cavalletto, e una mana rilasciata sul ventre; supino, con le mani sotto la nuca e le gambe sollevate, a compasso; supino, col capo reclinato sulla tempia sinistra; supino, con le braccia congiunte sopra il petto; supino con le gambe divaricate, i gomiti a cuneo sui fianchi, e le mani rilassate tra le ascelle; disteso su un fianco, con le braccia unite e proiettate in fuori; supino con la testa di qua dal cuscino e le braccia abbandonate, indietro, sopra di esso (che, a riguardarla dopo, benevolmente nella memoria, pare una stilizzazione contagiosa, elegante anche, quasi atletica, d'un atleta che sia andato a letto senza muscoli)... Figure che si scompongono e si ricompongono di continuo; e quando la loro animazione, di solito interrotta, avrà attinta una tregua, sarà soltanto perché sei stato, d'improvviso, miserdicordiosamente, assunto alla grazia docile di un sonnellino. Al risveglio, allora, non ti parrà più di sentire il tuo corpo, il volume e la tensione della tua carne; le membra, divenute fresche e soffici, saranno state cullate nella levità informe e senza peso di un'attitudine pre-natale.” Antonio Castelli, Gli ombelichi tenui, Lerici, 1962


domenica 18 giugno 2017

LO SCONOSCIUTO DI LIVELLO 2 (cosa stai cercando piuttosto?) di Gaetano Altopiano







All’uomo cui chiediamo di risolvere un problema di livello 2 che applica un ragionamento di livello 1 o 3 (sub-ragionamento o sovra-ragionamento) non abbiamo niente da rimproverare. Noi stessi dobbiamo metterlo in conto: è possibile che fornisca un sub-risultato, come un sovra-risultato, e non quello che riteniamo esatto per i più diversi motivi. Cosa stiamo cercando, piuttosto? Questo dovremmo chiederci. In base a quale principio, a esempio, avrei dovuto applicare “intuizione” anziché “logica” alla notizia che mio figlio mi comunicava (sto andando al mare) e arrivare alla conclusione che era un’affermazione falsa dato che mercoledì ha esami. 

ELEGANZA di Francesco Gambaro

https://francescogambaro.wordpress.com/2017/06/18/eleganza/

sabato 17 giugno 2017

venerdì 16 giugno 2017

SULLE RIVE DEL TONTO (7) di Francesco Gambaro




Un po' camminiamo a zonzo. Zonzo è una località dove si cammina a zonzo. Siamo Elio, Tà, io e forse un altro. Ripetutamente ci attaccano uccelletti gravidi come zanzare. Ognuno di noi si strappa gli indumenti viavia, temendoli infetti. Il sole non ci fa luce: a Zonzo ogni ora è mezzanotte. Noi, però, abbagliamo come lucciole. Elio vede una cisterna e dice: adesso mi ci tuffo. Tà lo frena dicendo, è una cisterna con coperchio, se ti tuffi batti la testa e restiamo in due (o in tre). Io mi rado con le unghie e mi strappo anche la pelle a morsi. Che tempi abbiamo chiede l'altro dal fondo del serbatoio. 

giovedì 15 giugno 2017

STORIE DEL SIGNOR JFK (87) di Francesco Gambaro




La giornata è indubbiamente calda. Uscire non è facile, Ancora meno pensare di rientrare. Fa mezzogiorno già alle sei, un languore fa stomaco allo stomaco. La campagna non partecipa della sopraggiunta difficoltà deglutativa. La campagna si limita a osservarlo, sdraiato e impossibilitato a uno stacco, veloce o rallentato, dalla sdraio. JFK non vorrebbe nemmeno cambiare posizione anche se il sole comincia a bruciargli pure le punte delle unghie. Fa mezzogiorno come fossero le sei. Ha fame, questo è il problema. Ogni organismo del suo corpo lo informa che è l'ora dell'azione del mangiare. Il contratto è quello, è stato firmato e sottoscritto dallo stesso JFK. Ma lo sforzo di alzarsi JFK riesce solo a pensarlo. Pensarlo è già uno sforzo tanto antisindacale quanto immane. Distoglie lo sguardo dagli alberi e dalle verzure complici che da qualche minuto gli negano l'ombra e, come un miraggio, scorge, un trancio di tubo rosato dal sole. Un tubo d'acqua da JFK stesso tagliato in epoche passate, della lunghezza di un rigatone liscio, cinque centimetri esatti. Ah, che meraviglia la pasta al forno con i rigatoni, gli dice. Sai a casa tengo la teglia. Anche i rigatoni rigati. Ma tu sei liscio. Sei qui. Su salta, salta. Fatti mangiare così come sei, crudo, prima che i tuoi fratelli.

mercoledì 14 giugno 2017

UNA SVEGLIA TRISTE MI HA CHIESTO CHE ORA E' di Francesco Gambaro






In libreria una volta la pagina 69. Di notte stanotte un libro di poesie aperto a caso. Alla mia età posso permettermi, a casa a caso, Patrizia Valduga. Ho odiato i collant? Ho tifato sfegatatamente per le calze autoreggenti? Per il feticismo dei traforati neri? Buone ragioni per provare a strapolare: “Vano spasimo oscuro d’esser viva”. Un po' più dietro, un po' più osé: “L’alba piange su me tutto il suo pianto”. Il secondo verso ai miei assistenti. Col primo faccio il luminare d'abbaino, l'esatto crittografatore del testo tasto per tasto: Vano: nel senso di stanza, stanza delle pene e dello Spasimo: nel senso del noto nosocomio (o brefotrofio?) palermino, sprovveduto di tetto e per questo Oscuro: nella sua cupola astrale rudere incompreso e senza luna. D’esser: francesismo che sta per dessert, per darci forza prima di sparecchiare e arrivare a Viva: la scomparsa catena di supermercati con ricca giacenza di prodotti Valduga. E' tarditardi, scusami, sveglietta.

martedì 13 giugno 2017

SULLE RIVE DEL TONTO (6) di Elio Coniglio




Fatico non poco a contenere gli smodati impeti d'entusiasmo di Tà che, pedalando a più non posso sul terreno accidentato che gira attorno al casolare, si diverte a fiorare col gomito ossuto l'abisso che, giusto ad uno sputo da uno dei muri, precipita a rotta di collo giùgiù verso le mammellute vallate sicane. Poco più in là, Francesco, gambe penzolanti nel vuoto, testa ad una nuvola, inciampa di continuo con occhi da bambino sul bambino e il suo volpino: due macchioline in fondo in fondo al sentiero fiancheggiato da ulivi secolari...   

CON L'ACCA PRECEDENTE di Francesco Gambaro




- Voi l'avete licenziato? - Io, io, io l'ho licenziato, L'HO, con l'acca precedente!*
Improvvisare è una scienza, una scienza senza copione. I paletti fissano le altre scienze. I vincoli, per esempio quelli urbanistici, ritardano e inquinano la crescita di agglomerati. Quello che rende bello questo paese, mi dico osservandolo con l'occhio del fotografo ladrone, sono le superfetazioni, gli spiazzamenti squilibrati (le piazze in leggero pendio), l'architettura rubata, leggiadra, improvvisata, avventurosa, imprevista. Non ce l'ha un piano regolatore chi vuole scrivere, non può esserci un sindaco o un consiglio comunale binocoluto, in un paese che vuole contrastare (in senso dugentesco) il farsi nel tempo. L'improvvisazione è scienza, sa chiudere l'occhio, fuori reflex o copione, quando e dove meno te l'aspetti.



*Totò, in Gambe d'oro, di Turi Vasile, 1958

sabato 10 giugno 2017

SOLERESTE di Francesco Gambaro




Oddio signor giudice, in effetti non sapevo quando scendendo in cantina mio marito fosse seduto alla sua scrivania o morto sulla scrivania. Ma voi, signor giudice, solereste scendere in cantina ogni notte per verificare lo stato di mio marito che ci parla delle nocche, della sua sostanza astrale. Ogni notte, signor giudice.

venerdì 9 giugno 2017

STORIE DEL SIGNOR JFK (86) di Francesco Gambaro




Nel suo bunker JFK si muove con agio e spensieratezza, non soffrendo dell'eventualità che alcuni possano vederlo zoppicare, trasferirsi da una sedia all'altra senza l'uso dei piedi, giungere in gabinetto bagnato, invocare infermiera mancante e letto mancato, strisciare come lumaca lasciando culo per terra e schiuma indigesta, osservare formiche moscerini e acari fossero passanti o tracce di passanti. A 84 anni, con mani sottili, diventate matite, disegnando e ridisegnando, graffia sul vetro delle cataratte la sua faccia così com'è.

giovedì 8 giugno 2017

ALLA TRIGLIA MORIBONDA (Quando votai Quasimodo) di Francesco Gambaro


Quando votai Quasimodo per il Nobel me ne pentii (Una notte ad Atena nel mare bianco dell'Acropoli la civetta disse Atena). Votando Ungaretti me ne pentii uguale, dio ci salvi dall'enfasi stagionale (si sta come d'autunno, eccetera) e le rondini non fanno primavera non sono aquile avrei detto a Montale per giustificare il mio voto nemmeno a lui, pescivendolo (le tue parole iridavano come le scaglie della triglia moribonda). Avrei votato Dylan alle prossime elezioni: contro De André e alla sua picchiata (di vibrante protesta). Mi capitò in ritardo di leggere questa deposizione, chi vorrà scrivere le sottoscriva pagine Nobel così:
Tratto dagli Atti del processo a Riina:"Io ho detto al bambino di mettersi in un angolo, cioè vicino al letto, quasi ai piedi del letto, con le braccia alzate e con la faccia al muro. Allora il bambino, per come io ho detto, si è messo faccia al muro. Io ci sono andato da dietro e ci ho messo la corda al collo. Tirandolo con uno sbalzo forte, me lo sono tirato indietro e l’ho appoggiato a terra. Enzo Brusca si è messo sopra le braccia inchiodandolo in questa maniera (incrocia le braccia) e Monticciolo si è messo sulle gambe del bambino per evitare che si muoveva. Nel momento della aggressione che io ho buttato il bambino e Monticciolo si stava già avviando per tenere le gambe, gli dice ‘mi dispiace’ rivolto al bambino ‘tuo papà ha fatto il cornuto’ (…) il bambino non ha capito niente, perché non se l’aspettava, non si aspettava niente e poi il bambino ormai non era… come voglio dire, non aveva la reazione di un bambino, sembrava molle… anche se non ci mancava mangiare, non ci mancava niente, ma sicuramente la mancanza di libertà, il bambino diciamo era molto molle, era tenero, sembrava fatto di burro… cioè questo, il bambino penso non ha capito niente. Sto morendo, penso non l’abbia neanche capito. Il bambino ha fatto solo uno sbalzo di reazione, uno solo e lento, ha fatto solo questo e non si è mosso più, solo gli occhi, cioè girava gli occhi. (…) io ho spogliato il bambino e il bambino era urinato e si era fatto anche addosso dalla paura di quello ce abbia potuto capire o è un fatto naturale perché è gonfiato il bambino. Dopo averlo spogliato, ci abbiamo tolto, aveva un orologio da polso e tutto, abbiamo versato l’acido nel fusto e abbiamo preso il bambino. Io ho preso il bambino. Io l’ho preso per i piedi e Monticciolo e Brusca l’hanno preso per un braccio l’uno così l’abbiamo messo nell’acido e ce ne siamo andati sopra. (…) io ci sono andato giù, sono andato a vedere lì e del bambino c’era solo un pezzo di gamba e una parte della schiena, perché io ho cercato di mescolare e ho visto che c’era solo un pezzo di gamba… e una parte… però era un attimo perché sono andato… uscito perché lì dentro la puzza dell’acido era… cioè si soffocava lì dentro. Poi siamo andati tutti a dormire."
Grazie Vincenzo Scimonelli per averla girata su FB

mercoledì 7 giugno 2017

DA PRESIDENTE A PRESIDENTE di Francesco Gambaro



Scusate, ma vi risulta che Papa Benedetto XVI abbia mai mandato, o mediti mandare, veline di smentita, in conferenza stampa, a Papa Ciccio?

IL BUIO di Gaetano Altopiano






Con modi cerimoniosi il cameriere accompagnò l’Ospite in uno dei cinque salotti della casa. Dato che gliene diede possibilità l’uomo scelse il nero, a motivo - fantasticò il domestico - della forma del suo sincipite e di un carattere particolarmente difficile. D'altronde, supponeva il motivo di quella visita: l’Ospite non aveva figli e aveva poca dimestichezza coi colori sgargianti come il rosso, il giallo, il verde o l’azzurro, considerandoli colori inferiori, e inoltre amava la penombra; non amava invece il fuoco né le belle distese di margherite della tenuta sulle quali lui, invece, si deliziava a correre nei giorni di permesso, e al mare decise che quello andava di rado a prendere i bagni. Salutatolo con un inchino lo pregò di aspettare. L’Ospite sprofondò in una delle poltrone e lì, infatti, attese di essere ricevuto. Il cameriere, piuttosto giovane in verità e poco esperto, fantasticava spesso le vite degli altri considerandole fonte di curiosità e di divertimento, perlomeno di quelle delle persone che venivano ricevute in quella casa, per quanto meste - come la figura di quella sera - potessero apparire. Del resto, altre non ne conosceva. Sapeva niente di quello che accadeva all’esterno e raramente otteneva di uscire. Fermatosi sul corridoio fissò il suo interesse su un antipatico moscone che ronzava contro un vetro. Si chiese se non fosse il caso di schiacciarlo, temendo di sporcare però tirò un sospiro e passò oltre. L’uomo sedeva nel salotto nero e aspettava. Si fece buio presto. Sulla fazenda calò la sera e migliaia di moscerini volteggiarono nel cortile. Il ragazzo tornò con un candeliere acceso. L’uomo si era alzato e ora fumava vicino la finestra, ma con insolita eleganza per essere un meticcio - rifletté il ragazzo - : teneva la sigaretta tra le dita lanciando dense boccate bluastre da una bocca perfetta. Il ragazzo decise che l’uomo era venuto per conquistare la proprietà di quel posto. Immaginò una battaglia legale e scene in cui la signora padrona batteva il pugno sul tavolo di un notaio. Appena fuori fu nuovamente sul corridoio e lì incrociò la sua faccia in uno specchio. Nel buio vide soltanto la metà di se stesso. Giocò a falsificare maggiormente la realtà, e fu lui l’Ospite.


martedì 6 giugno 2017

ALTRI INCIPIT (Mark Strand) di Francesco Gambaro



Il braccio di fumo, assottigliatosi, si protende oltre lo specchio d'acqua e si posa un poco su una casetta al limitare del bosco. Marito e moglie, ciascuno con un cocktail in mano, sono seduti lì dentro e discutono su chi di loro morirà prima. “Io”, dice il marito. “No, io”, dice la moglie. “Forse moriremo nello stesso istante” dicono entrambi, all'unisono. Non riescono a credere che si stiano esprimendo in questi termini, così la moglie si alza e dice: “Se fossi un'artista, ti dipingerei un ritratto”. “E se fossi io un artista” replica il marito “farei la stessa identica cosa.”


Mark Strand, “La silhouette dell'amore alla luce di una lampada”, in “Quasi invisibile”, Mondadori 2012

lunedì 5 giugno 2017

SORRENTINO NON E' SOLTANTO UN DIMINUTIVO di Francesco Gambaro




C'è, per esempio, pure il piacentino, il pecorino, fior di fiorino e pure il vino che, non può essere distrattamente diminutivo ma antropologicamente accrescitivo. Come, per esempio, il finale del quarto tempo del film – adesso i films li chiamano serie o episodi o fictions - di The Young Pope. Mariarosa Mancuso non lo avrà visto, altrimenti consentirebbe che un film lo può salvare anche un finale, che un film non sempre, quasi mai, è intoto, più spesso inqualche: una immagine che si imprime, una scena centrale o ferale, un primo piano solare alla Brass. Il finale del quarto tempo di The Young Pope, che Mariarosa Mancuso scanzona perfino perché adesso pure in dvd (e invece a me piace tutto, anche i desueti dvd e il 3D, anche on demand, i recuperandi super-8 al pari delle sonorità viniliche e mi piace anche andare in elicottero per fotografare le dive e i divi di Beverly Hills) lo vedo stanotte per la prima volta. Il finale del quarto tempo del film è l'imprevisto che non prevedi in stanze vaticane: la figura di Nada in campo lungo, oscurata come un pentito in videoconferenza, si muove e balla e canta Senza un perché. La sua voce surround riconcilia e richiama l'inizio del primo tempo del film, che invece la Mariarosa ha veduto e straveduto e non taciuto. In quell'inizio accrescitivo, Sorrentino, che non è soltanto un diminuitivo e nemmeno uno juventino, ustiona cinematograficamente gli occhi che solo le creature rotolanti nella sabbia di Zabriskie Point.

domenica 4 giugno 2017

STORIE DEL SIGNOR JFK (85) di Francesco Gambaro



JFK odia il rituale del farsi le unghie. Ricorda che da universitario, passeggiando per via Montegrappa, intravide tra i fruscii ventosi di un muretto di passiflora, una donna, vecchia e bassa, seduta sull'unico gradino del suo ingresso, vestita di nero, e un cagnaccio con l'antipatica faccia da barboncino (abbaiando malauguratamente proprio costui aveva attirato l'attenzione di JFK), e una tenda antimosche con mosche alla spalle, intorno muri screpolati, interra un tubo d'acqua seccato dal sole, plastiche minute come profilattici sul vialetto incolto con cinquecento cadente ruggine e ciao verde paonazzo, a vista di balconi di alti palazzi circondariali, e suoni di tromba e adesso spostati rivolti all'impietrito, che quella volta vide, e da quella volta obliò l'arte di farsi le unghie, una donna, tra i foschi fruscii di un muretto di passiflora, accavallare la gamba sinistra, tirare il piede e leccarsi le unghie, a una a una.

sabato 3 giugno 2017

venerdì 2 giugno 2017

I CANTANTI di Gaetano Altopiano







Il signor Liju e la signora Liju sono sposati da settantotto anni. Vivono nell’isola di Honshu, in Giappone, e sono ultracentenari. Come del resto un buon numero di loro conterranei. Sembra che il segreto di tanta salute sia il selenio, che dalle loro parti abbonda considerevolmente, ma la verità, nello specifico, a detta di testimoni oculari, è che il signore e la signora Liju cantano in continuazione. A ogni ora del giorno. E fin da quando hanno compiuto i cinquant’anni. A questo sarebbe da ricondurre la loro longevità, al canto. Questo mercoledì, alle quattro del mattino, il signore e la signora Liju inforcano le biciclette e partono per il mercato intonando melodie. 

IL SELVAGGIO di Francesco Gambaro




Leggo, con sostanziale complicità, l'articolo di Marco Archetti su Il Foglio di qualche giorno fa,“Elogio dello scrittore stupido” e ricordo che 8 o 9 lustri fa, Gaetano Testa e io avremmo commentatolo: “acqua frisca”. L'articolo gira intorno una citazione del Noiosissimo: “Se nella gerarchia delle virtù l'intelligenza occupa il secondo posto, solo lei è in grado di proclamare che l'istinto occupa il primo”. Glisso sull'oscuro neologismo proustiano di 'istinto', e rifletto sul significato della parola intelligenza, cioé del vestitino che ognuno di noi si porta in fronte se vuole andare in televisione. In un passo di Wislawa Szymborska, che rintraccio in toilette tra “Il piacere di leggere” di Vittorio Sermonti e “Il lettore di immagini” di Charles Simic, leggo: “Il poeta (si perdoni l'improprietà, Gaetano e io avremmo corretto cristianamente “Colui che scrive”) può anche avere conseguito in modo trionfale sette lauree, ma nel momento in cui si mette a scrivere (versi, sic) l'uniforme del razionalismo comincia a stargli stretta. Ecco che allora si agita, sbuffa, slaccia un bottone dopo l'altro, finché alla fine non salta fuori dal suo vestitino, mostrandosi a tutti come un selvaggio ignudo con l'anello al naso. Sì, proprio un selvaggio, come chiamare altrimenti una persona che chiacchera (in versi, sic) con i morti e i non nati, con gli alberi, gli uccelli e perfino con una lampada o la gamba di un tavolo, senza ritenere tuttociò una idiozia?”

giovedì 1 giugno 2017

IL PASSEGGIANTE di Gaetano Altopiano







Tra tanti oggetti incredibili il passeggiante notò il più incredibile: ai margini della cunetta un serpentello nero di merda di cane su una pietra solitaria, bianca, liscia e immacolata. Che l’abbiano messo lì apposta? Il passeggiante rimuginò poco convinto vagliandone la perfezione, nondimeno annotò sul suo bel taccuino la data esatta, l’ora, il chilometro della provinciale e la direzione del vento, che in quel momento era ovest nord-ovest. Come del resto soleva fare abitualmente. Giacché era anche abbastanza preciso scattò una foto e telefonò alla moglie per un consulto, nel caso le fosse mai capitato niente di simile. No, non le era mai capitato, fu la risposta. Telefonò anche a altri due passeggianti, il cognato e un amico, ma anche loro dichiararono di esserne alieni. Ripresa la passeggiata ebbe però quasi subito un ripensamento: poteva davvero fidarsi di quei pareri? D’altronde, i tre, non erano passeggianti professionisti e perdipiù, ora che ricordava, due di loro erano anche piuttosto distratti. Un gatto morto giaceva poco più avanti e nuvole minacciose si ammassavano a occidente. Il passeggiante, più risoluto che mai, decise per la seconda versione. Si trattava di un falso. 

CHARLES PEGUY VS PAUL CELAN di Francesco Gambaro

https://francescogambaro.wordpress.com/2017/06/01/sentii-dire-charles-peguy-vs-paul-celan/

mercoledì 31 maggio 2017

(L'OCCHIAIA. 33.) di Elio Coniglio



Di punto in bianco la donna si ferma sotto l’oleandro fiorito, alza gli occhi e sceglie, tra i tanti, un fiorellino rosa. Benché non più giovanissima, si solleva con grazia sulle punte dei piedi, allunga una mano e, ruotandola delicatamente prima verso destra, poi verso sinistra, lo stacca dal ramo. Lo guarda, se lo porta vicinovicino al naso e, mentre lo odora, trotterella con aria nostalgica lungo il marciapiede deserto, assolato, poi tre, quattro… cinque porte più tardi, scompare dentro l’uscio di una casa che non è casa sua…     


LO SCAPPATO - 2 (a Barbara Ottaviani) di Francesco Gambaro



Il dolore scende sottacqua. Ti tuffi sicuro dentro la maschera. Adesso non senti i contorni elastici del mare né i suoi muscoli. La carne imbalsamata dall’acqua. Solo le ossa, sensibili alle palpebre di un caffé al vetro o al quartetto opera 105 numero 1 di Franz.


I RESPINGENTI di Gaetano Altopiano









Per questo viviamo giorni impossibili. Proprio per questo. Siamo reagenti che non reagiscono. Fuggitivi che non fuggono. Soccombenti che non soccombono. E da che mondo è mondo, da ragazzini si andava dall’arciduca nostro zio in inverno. E eravamo tutti femminucce, Marie-Marie ci chiamavamo, anche noi maschi. “Bin gar keine Russin, stamm’aus Litauen, echt deutsch.” E usavamo frasi di questo tipo: che non significavano niente. Ma mio cugino Onofrio passava i pomeriggi a guardare la gente che faceva la fila nei magazzini P.M. L’osservazione è alla base di ogni studio che aspiri a essere serio, sottolineava. E si applicava infatti e io condividevo, pane al mattino e a cena una minestra calda di verdure dell’orto. Non tutti possono essere Walt Whitman, nemmeno noi. E si contava tanta di quella gente alle casse, che mai potevamo pensare che morte tanta ne avesse disfatta.  

martedì 30 maggio 2017

LO SCAPPATO di Francesco Gambaro




Dove sarò scappato. In metropolitana fuggendo il bigliettaio. Ci saranno 200 figurine mie. In cartone animato. 200 sagome mie, occupanti i posti Palermo Centrale-Imperatore Federico. In un orario impossibile da dirsi. Il biglietto? No, non lo voglio. Per carità. No, sia lodato Gesù Cristo, sono venti centesimi, il posto è vostro, sua maestà.

lunedì 29 maggio 2017

QUANDO IL CRITICO CCIA’ RAGGIONE di Francesco Gambaro



Quando il critico - categoria letteraria civilmente estinta e sostituita dalla civilmente arciletteraria categoria del lettore estinto -  vuole affogare un poeta, lo affoga, sfogliando per lui il fiore dei suoi versi: "Ermafrodito baciò le sue labbra allo specchio / In un quadro profondo? Nerastro appare rosea. biaccosa la carne di lui sullo sfondo .... Il vago pallore del volto e delle tue bionde chiome." (nel qualcaso, il Ligabue della poesia italiana Dino Campana). Nel qualcaso,  il critico - categoria letteraria civilmente estinta e sostituita dalla civilmente arciletteraria categoria del lettore estinto - cci'aveva raggione.

domenica 28 maggio 2017

OGGI COSA HO di Francesco Gambaro

https://francescogambaro.wordpress.com/2017/05/28/oggi-cosa-ho/

NOTTURNO N22 di Gaetano Altopiano





Le volte in cui l’estensione di un braccio dovesse concludersi con una protesi armata ci misuriamo con la paura. Un problema che riguarda vittima e carnefice. Alle 00:07,47, all’altezza di via Giafar, linea notturna N22, il ragazzo gli punta contro una lametta. Dammi i soldi, gli dice. L’istinto prevede una reazione e la vista di un’arma, a prescindere dalla concreta potenza di “fuoco”, risveglia l’antenato che è in noi, per secoli combattuto ogni istante tra la vita e la morte. Siamo pronti a tutto. Ma una lamina d’acciaio, seppur minima, porta alla luce ricordi più inquietanti: la precarietà cui tutti siamo soggetti, che ad esempio può anche essere altro che l’esito di un onorevole combattimento. L’incidente. Quell’oggetto insignificante - nato solo per scopi domestici - potrebbe togliere la vita a entrambi, fosse solo per un errore. Lo sa l’uomo, 62 anni, e lo sa anche l’altro, che di anni ne ha appena 15. La ragione prevale. L’uomo consegna il portafogli. Il giovane dà un calcio alla bussola e fugge mentre l’autista, in un colpo solo, blocca l’autobus e spalanca la porta. La lametta cade sulla seconda alzata del predellino. Un’acre odore di freni surriscaldati invade l’aria. Come si sente? Come si sente? Chiede insistentemente all’uomo. 

sabato 27 maggio 2017

SEDUTI COME DUE ALLOCCHI AL BARBELVEDERE DI SANTO STEFANO di Francesco Gambaro



Seduti come due allocchi al barbelvedere di Santo Stefano di Camastra, osserviamo, traverso due negroni sbagliati alla puntemmes, il panorama allocco che anche quelli del paese (chiamatela città) di Taormina stanno pervedendo uguale. Cerchiamo con l'occhio cannocchio un acquascooter della polizia costiera, un cecchino postato sulla piramide di Presti, una portaerei, un effebiai mimetizzato a riccio, uno squadrone di subreduci del generale Montgomery, un agente della Cia sotto il nostro stesso cuscino, cartelli di divieto di transito in doppia lingua inglese-arabo, un Gentiloni sul canotto da ricevimento che ci faccia strada sul tappeto di alghe negre, eppoi la conferenza ammare. Niente. Non vediamo altro, noi allocchi cecati di Santo Stefano, che lo stesso panorama allocco di Taormina. Non sentiamo neppure che, in questo momento, l'Etna sta tremando di brutto.

venerdì 26 maggio 2017

MUTAZIONI 2 di Gaetano Altopiano







Continuo a non avere voglia di scrivere. Ma desiderio e consapevolezza rimangono dei sinonimi, mio malgrado, anche a distanza di quattro giorni o di quattro secoli: i due significati non si modificano come la carne, incessantemente. Durano. Ci pervadono. Ci costringono a misurarci con loro. Questo perciò mi inchioda alle responsabilità e oltretutto c’è il rischio che tanta inattività mi conduca a un punto morto. Mor-to. Ho sturato il cesso, ho pulito il giardino, ho sistemato ben bene la ghiaia in compenso. Ho cambiato due rubinetti e potato gli oleandri della stradella guadagnando un po’ di sollievo alla fine. Sudore liberatorio. Poi sono mutato in lucertola, in iguana, in varano di Komodo e di nuovo in uomo. Ma del piacere di scrivere nemmeno l’ombra. 

C'E' CALDO PER TE di Francesco Gambaro

https://francescogambaro.wordpress.com/2017/05/26/ce-caldo-per-te/

mercoledì 24 maggio 2017

SULLE RIVE DEL TONTO (5) di Elio Coniglio





Un calcio, un solo calcio ma ben assestato e i due pettoruti battenti del portone si spalancano e subito, cioè un solo attimo prima che io varchi la soglia, il ringhio minaccioso di tre cani da mandriano mi scorta fin nel cortile. Sotto un livido rettangolo di cielo dicembrino, numerosi bipedi dritti su grossi blocchi di pietra grigiastra disseminati a raggiera nei pressi di un pozzo, allungano le loro spigolose ombre da spaventapasseri verso altri bipedi, inginocchiati questi, e tutti intenti a scavare con le mani nude buche profonde nella mota bluastra. Qualunque cosa facciano, ne sono così tanto presi che, nonostante i perturbanti scagnii,  non uno di loro mi degna di uno sguardo. Finalmente Qualcuno con dei cazzuti 'passi cààà!!!' zittisce i tre cagnacci e mentre scompare fra le foglioline tremolanti di un'edera che inverdisce uno dei muri del cortile, mi fa cenno di seguirlo... Subito appena fuori dagli intriganti viluppi vegetali si avverte l'inconfondibile odore dolciastro della cera bruciata: non una decina ma cento e più candele le cui fiammelle, confuse da mille soffi contrari, si piegano guizzando in tutte le direzioni immaginabili, incalzate da una tenebra soffocante costeggiano la parete di un angusto corridoio e prima che le ultime di loro di consumino, si spingono fin dentro la stanza dove, a tratti, una soccorrevole luce rugginosa gocciolando attraverso gli scuri socchiusi di una finestrella riesce a sbaragliare le appiccicose penombre acquartierate tra le pareti. E, ogni qualvolta ciò succede, l'Occhio in cerca di appigli scivola fulmineo dal nudo specchio ovale che sovrasta una bacinella  appollaiata sopra un trespolo di ferro battuto alle poltroncine finto rococò addossate fianco a fianco alla parete di fronte, dagli indecifrabili sgraffi sul ripiano di un tavolinetto rotondo a Tà e Francesco, in ozio su un improvvisato giaciglio di morbidi cuscini ammonticchiati sopra un logoro tappeto di sacchi di juta, che sbocconcellano mele, a giudicare dall'aspetto, succosissime... Un orologio batte più e più volte un'ora che non è ancora scoccata. Puntualissimo un armadio sbadiglia e un rasoio da barbiere con il manico d'ambra cazzicatummula lento nei vuoti della stanza...

SOGNI A DELINQUERE (2) di Francesco Gambaro





La strada è interrotta dalla solita frana. I cantonieri comunali solertemente hanno spianato una bretella di cortesia, pietrosa e inclinata del 40% verso il mare. Costeggio dal basso l'interpoderale interrotta, derapando e con il fiato salato sul collo. A pochi metri dal rientro in carreggiata due uomini. Il vecchio, è grasso e basso, l'altro è altissimo e porta gli occhiali a fondo di bottiglia, tipico dei figli. Temendo una imboscata, non nascondo avere pensato di arruotarli e scappare. Mi fermo, abbasso il finestrino. La faccia da luna piena, tipica dei consumatori di cortisone, olivastra e a tratti nera di Silvestre Alcantara, mi alita di scendere. Quella di suo figlio Mom resta fuori dalla mia portata visiva, il suo sguardo carezza il tettuccio del mio fuoristrada. Silvestre mi abbraccia e mi trascina poco più avanti, all'ombra di un cespuglio. Piangendo ripete, OGGI HO AVUTO MODO DI VEDERE LA MIA SCATOLA CRANICA. Un modo per dire che la sua serenità è a rischio. Tuo padre (qui a Ragnasco ci si da tutti del tu), mi vuole togliere l'uva. Mi mostra la minacciosa lettera anonima che, rileggendola, trovo veramente benscritta ma senza darlo a vedere. Mi chiede di intercedere. L'uva della famiglia Alcantara: una pergola di meno di un metro di larghezza per qualcuno in più di lunghezza. Fa da pensillina all'unica finestra e all'unica porta d'ingresso della loro casa. Rassicuro e prendo impegno accartocciandomi a mia volta alle spalle di Silvestre, dando un cazzotto amichevole all'inguine di Mom. Risalgo in auto. Li lascio allontanare di una decina di metri. Do tutto il gas che vuole al mio diesel 4 cilindri aspirato e, questa volta sì, li arruoto.

martedì 23 maggio 2017

lunedì 22 maggio 2017

MUTAZIONI di Gaetano Altopiano







Andiamo e veniamo da posti che non ci risultano. Perché questa città, e perché questo nome? Proviamo a cercare su tavole geografiche, su un dizionario, su un atlante elettronico, ma non troviamo niente. La strada è lastricata dall’ottavo secolo - la cattedrale costruita nel mille e qualchecosa - e qui, proprio da qui, sarebbe passata. Luce, terra, alberi, temperatura gradi ventuno. Ma non troviamo niente. La ragazzina (una qualsiasi, non importa chi) guarda la propria lingua come fosse di qualcun altro: per lei occorre una medicina, conclude, e la rimette in bocca tutta spaccata e biancastra com’è. Parla della sua lingua come fosse la lingua del vicino. E della luce come potesse spegnerla in qualsiasi momento. E della temperatura come se da migliaia di anni non l’avesse mai vista mutare.  

SENZA AMORE di Francesco Gambaro

https://francescogambaro.wordpress.com/2017/05/22/senza-amore/

domenica 21 maggio 2017

A VOI, UOMINI MESCHINI di Francesco Gambaro



Pochi italiani ricordano, letto, citato, saputo Gaspara Stampa. Ingeborg Bachmann, austriaca antiaustriaca felicissima italiana, ja. L'epigrafe a una sua raccolta è il famoso verso di Gaspara: “vivere ardendo e non sentire il male”. Che è la prova provata che Ingeborg non si diede fuoco e quella del suicidio una leggenda tutta romana.

A voi, miei uomini meschini, come se non avessi mai / nascosto in me cento di voi, a voi sì, miei uomini / la bocca tumefatta dalla sua purezza insidiosa / ho liberato e il mio choc blando e desolato, gustato / assaporato. Respiravo: di più. Più di voi, più di me / più di tutto insieme. /
Ho messo fine a questa muta ribellione / nella proprietà, ho deriso voi, la vostra proprietà, la carogna / che avete posseduto, non me, solo questo torso morto, / questa mano storpiata, niente di più – Io respiravo sempre: di più. / la vergogna mi è venuta meno in quest'orgia, / l'infamia borghese con le sue umiliazioni / della noia e del rapido giudizio conclusivo / su una carne che è viva come il suo spirito. /

Il deserto ha accolto i miei occhi con la sabbia, del mio cuore / devastato ho potuto parlare soltanto prima, ora è devastato / meravigliosamente, i veli di sabbia si alzano, le dune lo hanno preso, / mitigano i miei sguardi con il loro disegno infinito / la mia marcia verso il mar Rosso. Dico di più, io di più, ancora / di più della sabbia. /

Questa infamia, la cui croce ho portato per metà della vita / finché mi ha spezzato la schiena, lo sfruttamento / senza scrupoli di un appassionato inizio di Tu. / Tu, è dove è poco, dove la razza vile / alla tua vile razza bianca dà un ceffone, tanto / che tu dimentichi le sere con i nonni bianchi, / non porta la camicia ciò che è qui, è vecchio e giovane, / reale e senza scrupoli.// Ingeborg Bachmann


Felicissima lei, da che sostenne / per sì chiara cagion danno sì chiaro!” Gaspara Stampa

sabato 20 maggio 2017

IL CACCIATORE DI PISELLI di Gaetano Altopiano







Le industrie alimentari producono premeditatamente più cibo di quanto ne occorra. Si stima che piuttosto che produrne per sette miliardi di persone (è solo un’ipotesi) ne producano quasi per ventuno miliardi. Si favoleggia che questo sia conseguenza dell’impossibilità di coordinamento con i ministeri nazionali competenti e gli istituti di statistica, e che le industrie abbiano un loro ciclo produttivo inarrestabile. Ma tutti sanno che non è così. Tutti sanno che questo “surplus” produttivo è perpetrato con un obiettivo preciso: è destinato a tutte quelle aree geografiche dove sarà comprato. Anche se mai effettivamente consumato. Il principio si chiama “iperproduzione programmata”. Guardando all’iperproduzione programmata è legittimo che qualcuno se ne domandi il motivo. Oltre che in termini di spreco, ma anche in termini di perdite da un possibile invenduto, perché produrre più di quanto occorre sapendo che un solo prodotto su tre sarà realmente utilizzato? La risposta è già nota. Sappiamo tutti che comprare una scatola di piselli e consumarla non è direttamente proporzionale. Ossia. Sappiamo tutti che la facilità con cui ormai possiamo ottenerla ha generato un legame solo apparente tra il suo acquisto e il concreto utilizzo. E questo per l’inarrestabile svalutazione dei significati nella società occidentale - in questo caso, cibo e sacrificio. Il cibo non ha più il suo “spirito” nutritivo e non è più una “fonte di sostentamento” per la quale sacrificarsi. Acquistarlo (procurarlo) non è più un’azione per la quale si era disposti a rischiare la vita, mirata a un approvvigionamento preciso, necessario e programmato, ma un’azione slegata dal suo antico significato: non ha più niente a che vedere con la caccia. 

SOGNI A DELINQUERE di Francesco Gambaro

https://francescogambaro.wordpress.com/2017/05/20/sogni-a-delinquere/

venerdì 19 maggio 2017

QUANDO I PALERMITANI PRECEDETTERO I NAPOLETANI di Francesco Gambaro




Fu nel maggio del 1906, prima Targa Florio vinta da Alessandro Cagno su Itala. All’ultimo rifornimento i francesi Rigal e Bablot, testa della corsa, chiesero benzina ma furono serviti di un pieno d’acqua. Tre quarti di secoli dopo, il testimone era già passato e saldamente in mano ai napoletani. Sceso al Molo Beverello mi fu offerto, per il mio primo viaggio di autostoppista una bottiglia di wiskey a lira stracciata. Ne presi addirittura due, ma ne bastò una per stonarmi al primo, paglierino effluvio di ammoniaca.

giovedì 18 maggio 2017

ALTRI INCIPIT (Byung-Chul Han) di Francesco Gambaro



La libertà sarà stata un episodio. Il termine episodio significa “parte intermedia”: il sentimento della libertà si manifesta nel passaggio da una forma di vita all’altra, fino a che anche quest’ultima non si rivela una forma di costrizione. Così, alla liberazione segue una nuova sottomissione: è questo il destino del soggetto, il cui significato letterale è “essere sottomesso”.
Oggi non ci riteniamo soggetti sottomessi, ma progetti liberi, che delineano e reinvestono se stessi in modo sempre nuovo. Il conseguente passaggio dal soggetto al progetto è accompagnato dal sentimento della libertà: ormai, il progetto stesso si rivela non tanto una figura della costrizione, ma piuttosto una forma ancora più efficace di soggettivazione e di sottomissione. L’io come progetto, che crede di essersi liberato da obblighi esterni e costrizioni imposte da altri, si sottomette ora a obblighi interiori e costrizioni autoimposte, forzandosi alla prestazione e alla ottimizzazione.



Byung-Chul Han, Psicopolitica, Nottetempo, 2017

mercoledì 17 maggio 2017

PALERMO A MAGGIO di Francesco Gambaro




Un giovane quarantaseienne insiste, con la sua chitarra elettrica, in un giro di do sbagliato. Lo propone a maggio, a finestre schiuse e con un piede già in terrazzo. I genitori sinodali, sordociechi davanti il televisore. I genitori di un imbecille, va da sé, geneticamente imbecilli. I genitori sicuri, il loro figliolo sarà Janis Joplin. Un dirimpettaio acustico, non riuscendo a svellere le orecchie, pensa seriamente di tirare al chitarrista una granata. Calibra con fasulla dovizia il braccio per un lancio immaginario. Giù una famigliola di nove dipendenti scende dal Suv e attraversa la strada per raggiungere la suocera a ore 23 e 11, quinto piano. La più piccina delle figlie, in braccio al padre, piange con voce di bambola. In effetti, è la bambola che la piccina tiene in braccio che piange per lei a empatia bioelettrica. Il buonuomo, attraversando la strada con le piccine in braccio, figlia e bambola, incrocia un condomino che corre, a testa bassa come un toro, verso il bar all’angolo. Non vi fa caso. Già pensa, prima di raggiungere l’altro lato del marciapiedi, al futuro. Al domani, alle 7, quando dovrà aprire il cancello dell’azienda del suocero e riferire degli operai ritardatari. Nel salotto della suocera i famigli cinguettano con la piccola e con la bambola, ma quanto sono cresciute. Il toro del terzo piano, ha finalmente raggiunto il bar. Ordina, con la stessa similvoglia di una donna incinta, un gelato di zuppa inglese. Ma il corpo del gelato è bucherellato da pallettoni di cioccolato. Che risputa, a rosa di fuoco, sull’incolpevole ministrante. Protestando l’invasione dei comunisti e della cioccolata, anche lui trama, tornando ferito a casa, di lanciare una granata a chi sa lui. La granata arriva prima del previsto, bella fresca dalla Siria. Un foreign fighters - secondo figlio di quella famiglia di spiantati schiusi a maggio dell’ultimo piano terrazzato - l’ha lanciata da al-Raqqa. Colpisce in pieno i cassonetti della raccolta differenziata con gran risveglio condominiale. Che però non sveglia il papà della bambina con bambola, sprofondato nel suo sogno di una zuppa inglese senza cioccolata e con zuccata.

martedì 16 maggio 2017

AVVISO AI NAVIGANTI di Francesco Gambaro


Se volete risparmiare eurini (per i vs figli), evitare la coda di lemmings negli store Feltrinelli o Mondatori, scaricate da google o da youtube le 13 righe di “Poteri forti (o quasi)” di Ferruccio De Bortoli e le 32 di “Di padre in figlio” di Marco Lillo. Queste poche righe, una volta dette fascette promozionali, concentrano la summa dei più antichi e moderni romanzieri del giornalismo italiano.

L’OPOSSUM di Gaetano Altopiano




“Parlo della bellezza. Non ci si mette a discutere su un vento d’aprile. Quando lo si incontra ci si sente rianimati. Ci si sente rianimati quando si incontra in Platone un pensiero che corre veloce, o un bel profilo di statua.” Ezra Pound. Il quale ribattezzò l’autore de La Terra Desolata (T.S. Eliot) l’Opossum. E a quanti gliene chiedevano rispondeva: perché credi che l’abbia ribattezzato l’Opossum? L’Opossum vuol dire l’abilità di apparire morti mentre si è ancora vivi. Raccomandò inoltre di non usare mai parole superflue, né alcun aggettivo che non rivelasse qualcosa.

STORIE DEL SIGNOR JFK (84) di Francesco Gambaro




JFK capisce che qualcosa non va quando trova ogni mattina il cassetto delle posate pieno di pipì. Pieno no, bagnato sì. Eppure, pensa. O tenta di pensare. Sono tanto sicuro di riuscire a pensare? E’ così, vero, sto pensando? Ma a che serve pensare se poi non ricordo dove l’insolente prostata ha conducato l’oro notturno. JFK capisce che qualcosa non va quando comincia a sospettare che potrebbe non essere lui, ogni notte, a disonorare  le plebee posate. Dopotutto, ragiona, io è un altro. E poi c’è da mettere in conto che la cucina è più a portata di mano del gabinetto. In conto? Di mano? JFK capisce che qualcosa non va quando comincia a sospettare di stare chiamando mano qualcosaltro. Una pen drive da 32 GB? Un Ab rotante a 12 ingressi USB? Volendo sturare il cassetto delle posate, avrà usato il blueutooth o il wi-fi? E lo scarico, unico testimone, che dice? Che dice il buon vecchio scarico? Dove sarà scappato?

lunedì 15 maggio 2017

L’AMMICCANTE di Gaetano Altopiano




Vive nella speranza che un giorno avrà una convinzione. Per il momento, e ormai da cinquant’anni in verità, non riesce a vivere - per dirla alla Yeats - di “intensità appassionate”. Il quale aggiungeva anche che solo i peggiori tra noi però ci riescono. Ma neanche passare per essere tra i migliori lo convince. Niente lo conquista, nemmeno chi scrisse parole tanto memorabili né quelle stesse parole. Vive come i buoi sacri di Atene, che nelle Dipolie, si racconta, andavano consenzienti incontro alla mannaia.  

DEBORAH E BENEDETTA di Francesco Gambaro

https://francescogambaro.wordpress.com/2017/05/15/deborah-e-benedetta/

domenica 14 maggio 2017

ANGOLAZIONE di Gaetano Altopiano







La fotografia non è il mio campo. E oltre a poter dire “mi piace - non mi piace” non ricordo di aver mai potuto aggiungere qualcosa in proposito, di aver mai potuto fornire una vera opinione insomma e se l’ho fatto l’ho fatto d’istinto, dato che manco della minima competenza tecnica. Non ci capisco granché, a dirla tutta. Non ho idea dei fatti tecnici indispensabili alla sua comprensione, di quanto tempo occorra, del chiaro/scuro, del colore, di quanta esposizione alla luce, dell’angolazione o di quelle altre decine di particolarità che in definitiva occorreranno per fare di una foto una buona foto. Ma penso che molto sia dovuto alle circostanze: esiste un momento in cui la fotografia va scattata e mai più in un altro, momento che chiameremo “prediletto dal caso”. Questo ad esempio. L’attimo in cui il barista abbassa in un colpo la leva della macchina a pressione su due cucchiaiate di caffè macinato. Quello in cui una lama di luce solare colpisce la porzione di universo contenuta tra la parete su cui poggia la caldaia e il bancone. Quello in cui milioni di particelle di polvere si alzano all’improvviso, seguendo il movimento del braccio che a sua insaputa esprime una regola geometrica universale. Cateti, ipotenusa, angolo di sessanta gradi.  

RIPESCAGGI (1) di Francesco Gambaro



Un signore andava per via Pignatelli Aragona. All’altezza del numero 23 incontrò un uomo che non aveva da dirgli niente. Non gli disse niente e passò innanzi. Questo lo insospettì. Lo inquietò obbligandolo al gesto involontario di infilare la mano in tasca e saggiare l'impugnatura della pistola. Un gesto inabituale che lo distrasse, lo fece sbandare e non gli impedì di urtare un signore, un portatore di pizza irritabile. Che si irritò per il sugo di pizza scivolato sulla punta delle scarpe a causa dell'urto. Quest’altro signore, occasionale e non avvezzo portatore di pizza, non potè fare a meno di infilare la mano in tasca e saggiare il manico della sua pistola. La portava in tasca da circa trent’anni e non vedeva l'ora di disfarsene. Ogni volta, la sera quando usciva per passeggiare il cane o per fumare una sigaretta, ci provava: sciaguratamente, incrociando sempre qualcuno sul marciapiedi, per trent'anni ha dovuto desistere. Finché quella sera, in via Pignatelli Aragona, un signore, sbadato o sbandando, gli venne praticamente addosso facendo arabbiare, prima di tutto, le sue scarpe. Pensò che quella fosse l’occasione buona per dare un senso a trent'anni di frustrazioni. Nel cuore tutto di un pezzo di un uomo normale, seppure da trent'anni frustrato, una pistola pesa più di una pizza, e la mano sinistra non è la destra. Dunque non doveva e non poteva sbagliare ma, sciaguratamente, dal portone del civico 23 di Pignatelli Aragona, uscì in quel momento un condomino parecchio arrabbiato perché aveva finito di leticare con la propria oncubina oscana. Nelle tasche aveva due pistole. Non gli sembrò vero.


sabato 13 maggio 2017

IL RIMPROVERO di Gaetano Altopiano







Giunta al momento in cui è, considerare gli errori le sembrerebbe perverso. Si abbandona perciò alla volontà della natura che giustamente per lei ha previsto una strada su due: erano azioni improntate a un tentativo di giustizia ma inevitabili. Non fosse che si hanno minime possibilità saremmo liberi di sbagliare e in continuazione rimediare si ripete. Anche all’infinito. Ogni rimprovero potrebbe essere inflitto milioni di volte e milioni di volte ritirato senza uccidere mai fin quando non lo si decida. Ma qui è tutto diverso. Lui è piegato su se stesso in posizione innaturale e i suoi occhi tendono a un colore indefinito. Nella periferia decine di persone si incrociano in questo momento. E al tramonto lei disprezza ogni cosa che non riesce a dimenticare. 

ADAMO IN CITTA' di Francesco Gambaro

https://francescogambaro.wordpress.com/2017/05/13/adamo-in-citta-2/

venerdì 12 maggio 2017

MICROCEFALIA                          di  Gaetano Altopiano



L’uomo occidentale tende alla microcefalia. Assisto a una sempre più manifesta riduzione del volume cranico umano (figli molto alti ma con teste ridotte) e a una inevitabile conseguente diminuzione delle facoltà intellettive. Ho pensato si trattasse di un calo in centimetri cubici dovuto al fatto che alcune zone del cervello deputate a compiti particolari erano divenute inutili: calcolo, traduzione, scrittura manuale, disegno, rassegnazione alla fatica fisica. Ho dedotto invece che non era solo questo. Si tratta soprattutto di un adeguamento genetico volto a arginare il problema del sostentamento di un numero di individui inimmaginabile - spropositato secondo il target che garantivano fino a meno di un secolo fa in autotutela guerre e epidemie, e rimpinguato inaspettatamente anche dalle ultime recenti ondate immigratorie. Un sistema che, prima fra tutte quelle facoltà intellettive, ridimensionerebbe la più pericolosa e dispendiosa per la razza: il desiderio alimentare specialistico; di cui l’uomo moderno è inventore e unico fruitore, essendo il solo che in natura - a partire da un certo momento – si sia nutrito di alimenti preparati appositamente per il piacere del palato e col minor numero di nutrienti. Abitudine che col tempo ha costretto economie potenti allo stremo, prodotto costi di produzione insostenibili, generato una dieta alimentare impossibile da mantenere per così tanti individui con le sole proprie forze di uno stato. Un disastro. Ipotizzabile, in futuro, lo sviluppo di una sub-specie con cervello ridotto da 1350 cc a 1000/800 cc, irragionevole ma consenziente a nutrirsi di cibo non preparato e reperibile in natura o agli angoli delle strade: erba, corteccia d’alberi, carcasse di animali, materiali di risulta, forse anche plastica.

mercoledì 10 maggio 2017

IERI 2 di Gaetano Altopiano







In quella comunità sentivano di non essersi evoluti. Dovevano non poterlo sentire in effetti, era impossibile percepire la mancanza di sviluppo di una parte di loro (o anche di tutti loro) in mancanza di una rappresentazione diversa di quello che li circondava. Ossia, in mancanza di un possibile “altro rispetto a loro”. Come potevano pensare di non essersi evoluti nel mondo che conoscevano dato che quella comunità era l’unica che avevano fatto? Lo sentivano proprio per questo: perché qualcosa suggeriva loro che non era l’unica che avrebbero potuto fare. Che, nonostante fossero passati dalla caccia del sostentamento alla sua produzione, dall’essere raccoglitori-cacciatori all’essere agricoltori, e si erano riuniti in una tribù stanziale sulla riva di un corso d’acqua non erano riusciti a soppiantare la figura del leader. E ancora adesso ognuno di loro si identificava in un “io” altrui convinto che veramente quello solo potesse racchiudere in ogni senso il loro “noi”. Ciononostante non riuscivano a capacitarsi di una cosa: del fatto che pur alzando la mano, pur pronunciando potenti parole magiche e segni propiziatori Emmanuel Macron fosse stato eletto lo stesso.  

SULLE RIVE DEL TONTO (4) di Elio Coniglio




 A notte fonda, trovo Tà seduto a gambe incrociate sulle stoppie al centro della radura e mi accomodo di fronte a lui assumendo la sua stessa identica posizione. Tà, per diversi minuti, mi ignora. Cala un silenzio estremo. Tutto tace, persino il Tempo s'inceppa, poi Tà serra le labbra e io sento rimbombare dentro la mia testa la sua voce stizzita: "Il 'Tà' che cerchi non è certo il 'Tà' che hai davanti! Tal Tà  si trova lassù, su quel costone di rocce biancastre, proprio nel punto in cui si vede, ma puoi vederlo solo se hai una mente aperta, vorticare quel palpitante grappolo di lucine violacee. D'ora in avanti, rivolgiti solo ed esclusivamente a 'quel'Tà'!  e bada a non  frammischiarti alle mie letargie!". Nello stesso attimo in cui una luna occhiuta, di un pallore spettrale, scrollatasi di dosso una spessa coltre di nuvole, illumina a giorno la radura rendendo le lucine violacee ancora più elusive, distolgo lo sguardo dal Tà corporeo e chiedo con voce ferma al Tà astrale se può farmi da guida. Il Tà astrale, esita a lungo, poi:  "... ma, giusto perché tu lo sappia, non dovrei!"... Sotto una pioggia battente, incollato alle sue spalle, seguo passopasso Tà lungo un sentiero che serpeggia vicinissimo a un burrone scavato dall'impeto di un torrente in piena. Ma  quando, pocopoco più avanti, ad una svolta, il sentiero improvvisamente si biforca dividendoci, non nasce in me alcuna perplessità, una sola incertezza...                                                                                                       

                     

martedì 9 maggio 2017

MACRONISMO, MALATTIA SENILE DELL'EUROPEISMO di Francesco Gambaro



Da qualche parte su Il Foglio si titola: Salvata la Francia, ora salviamo l'Italia. L'entusiasmo della stampa e della televisione nostrana per la vittoria di Macron è, come sempre, superiore al massimo entusiasmo che gli italiani abbiano mai avuto per se stessi o per i loro eletti. La vocazione a volersi fare sodomizzare continua a essere pari all'incapacità di sapersi vendere e di sapere vendere. Il genio generoso dei napoletani l'Italia francesista ed europeista l'ha sempre tenuto a cuccia, e la Fontana di Trevi resta sempre là, a muffire nella commedia. Nei talk ci si diletta a dissertare se i francesi non dovremmo chiamarli fratelli invece che cugini, dimenticando che la parola più tenera che i francesi, in camera caritatis, pronunciano nei nostri confronti è 'merde' (esclusi i 'poeti', che già il lungimirante Platone riconosceva apolidi e, dopo averli unti di mirra, scacciava dalla sua repubblica). Qualcun altro contesta che la Francia sia soltanto Parigi, rinnegando l'oro delle nostre 121 piccole e grandi parigi. Molti politici-giornalisti di questo governo già si masturbano al pensiero della prossima consumazione del matrimonio MM. E cos'ì anche Giuliano Ferrara, che solo poco tempo fa avrebbe dichiarato farlocche le recenti elezioni francesi, si ritrova a essere l'unico vero giacobino nell'attuale moderato e modesto schieramento delle forze in campo: sul Foglio, in prima pagina, intona la Marsigliese. E' bello dire questo su Facebook; se mai volessimo o dovessimo essere salvati, saranno infatti i social network a salvarci. Salviamo l'Italia che ci piace: Per il bene che ti voglio - avrebbe potuto dire il maggiore Alessandro Haber al suo aiutante in campo nel sequel mai realizzato dell'ultimo film di Mario Monicelli - per il bene che ti voglio, stasera lavamelo tu il culo.

L'OMINO E' OBESO di Francesco Gambaro

https://francescogambaro.wordpress.com/2017/05/09/lomino-e-obeso/

lunedì 8 maggio 2017

FINO AL 3124 di Gaetano Altopiano




Nessuno amigo mio - tranne i bene informati - crederebbe che ogni intestino nasconde fatti che la storia non ha mai svelato. Inutile cercare sul Camera-Fabietti: niente racconta la verità come una colonscopia. Lì, scopriamo che un lembo di retto, anche isolato da tutto il resto, basterebbe a ripopolare il mondo. Che il Medioevo è tutto racchiuso nell’angolo splenico, e nello spazio di un diverticolo s’incrociano legioni romane in viaggio per la Britannia con soldati che rientrano dalla campagna di Russia. Le dinastie Ming, il primo vaccino, la bonifica dell’Agro Pontino e la demolizione del muro di Berlino. Ma in più, il tuo, è capace persino di predire il futuro. “Carissimo”, ti disse l’ispettore vedendoti arrivare, “si è deciso finalmente”. “Racconterò tutto”, rispondesti, “tutto quello che so. A cominciare dalla fine”. E finalmente (dopo 8 secoli) vuotasti il sacco. Fino al 3124.


STORIE DEL SIGNOR JFK (83) di Francesco Gambaro



Conta le olive che si è mangiato ogni giorno rientrando a casa. Sono 12452, di cui 3113 bianche. Conta quante volte, quando abitava in Palermo, ha fatto la spesa alla cooperativa Coop. Sono 127. Come la FIAT. Centoventisettevoltefiat. Conta una (1) volta che è entrato in una cooperativa COOP di Bologna, con signora. Conta le scopate fatte e quelle mancate: la forbice si blocca a -773. Il debito in banca va peggio: - 82.345 tra rosso, mutuo e recuperito crediti. Conta le dita di una mano, 10. Conta le dita dell'altra, 0. Qualcosa non va. Anche il computer glielo conferma: qualcosa non va. Conta le camicie a righe e di ognuna il numero delle righe, quanti sternuti, quante formiche schiacciate e con quali scarpe, quante volte ha tagliato le unghie più di quelle dei piedi 4781 volte e tre volte si è fatto saltare il guanciotto destro dell'alluce destro. Conta quante volte ha odorato una rosa e quante ha desiderato farlo, più quante volte non ha voluto. Conta i capelli e se gliene restano. Cazzo, esattamente il doppio dei capelli di Gaetano. JFK conta anche gli anni che gli rimagono: 84 su 63. Qualcosa non va, questi conti non tornano. E ricomincia.


domenica 7 maggio 2017

(L'OCCHIAIA. 32.) di Elio Coniglio



    Digestioni lente, da poltrona o, tutt’al più, da letto. Goffo come un adolescente che non conosce ancora le potenzialità del proprio corpo, non mi riesce di spiccare un vero volo. Pigrizia: nel leggere e nello scrivere. Ozio però, che, alla lunga, accende lo sguardo, sbronza la mente, favorisce le faloticherie…  accattivanti migrazioni!  

STORIA TRAGICA DI UN MASCHIO DI OCA ALSAZIANA di Gaetano Altopiano



Un ragazzo in luna di miele nel nord della Spagna ci confessa di essere stato male dopo aver cenato al “Martin Berasategui” di Lasarte-Oria. Il giovane ci scrive di non avere retto al sovraccarico di sapori che tanto sapientemente il pluristellato cuoco basco Berasategui gli ha imposto con ben 15 portate sparate una di seguito all’altra, e che all’uscita del ristorante ha vomitato spudoratamente. Tiene a precisare che non c’entra il prezzo - euro 220 a cranio più i vini - e che Martin fu inoltre ospite gentile e premuroso. Ma questo è stato. E visto che era in forma perfetta, più che soddisfatto della vacanza e in uno dei ristoranti più rinomati, a sangue freddo non può che riferire il malessere a una questione appresa subito dopo l’uscita dal locale: come viene preparato il foie-gras. Documentatevi, ci consiglia. Provate a chiedere cosa sia il “gavage”. 

RESEDA di Francesco Gambaro

https://francescogambaro.wordpress.com/2017/05/07/reseda/

sabato 6 maggio 2017

venerdì 5 maggio 2017

giovedì 4 maggio 2017

IL DUBBIO DEL BRUCO di Gaetano Altopiano







Due ricercatori italiani anzi tre scoprono un bruco che mangia la plastica. Lo individuano tra i tanti esistenti in natura per l’esattezza, non è una vera e propria scoperta, e si tratta di un insetto conosciutissimo ma non abbastanza bene osservato a quanto pare: la tarma della cera. La notizia fa il giro del mondo e le agenzie immediatamente titolano “Scoperto il sistema ecologico per distruggere il trilione di borse di plastica che consumiamo ogni anno. Si delineano scenari straordinari. Ancora una volta grazie al progresso l’umanità è salva.” Ma in realtà le cose sono ben diverse. Questo insetto non si nutre affatto di plastica, o di suoi derivati, ma “forse” potrebbe mangiarla, visto che, racchiuso in sacchetti di cellofan, riesce a fare piccoli buchi per uscire. E “forse” potrebbe anche digerirla, visto che la cera di cui già si nutre ha una struttura molecolare molto simile a quella dei polimeri dei sacchetti che riesce a bucare. E “forse”, ancora, e non senza una punta di sano ottimismo, col tempo potremmo anche trovare il sistema di liberarci delle inevitabile scorie che i bruchi produrrebbero post-ingestione: un fantastilione di merda polietilenica.  

MISERIA E DIGNITA' di Francesco Gambaro




La signora Annina Mazzola (dei Mazzuleddi di Castelbuono), un giorno si vide tornare affranto il proprio figliuolo Domenico (detto Micuzzu) con il pane in mano. Piangendo confessò che gli era caduto su una ciotta (torta in lingua) di merda vaccina. Senza rimproverarlo né perdersi d'animo, mamma Annina prese il quarto di guastedda (forma tonda di pane fatto in casa o alla maniera casereccia) che la mattina aveva tagliato per Micuzzu, lo immerse nella bacinella d'acqua e, dopo averlo strofinato per bene e asciugato col proprio grembiule, lo riconsegnò al suo sbadato pastorello che così poté tornare a governare le vacche. Questo episodio l'ha raccontato oggi il parroco della Matrice Vecchia, nell'orazione funebre per esaltare le virtù imprenditoriali della santa donna che fu Annina Mazzola. La sua salma ora finalmente riposa accanto a quella dell'amato Micuzzu, molto prematuramente e misteriosamente defunto.

mercoledì 3 maggio 2017

DAL DIARIO DI UN DELICATO di Gaetano Altopiano






Quasi due ore fa, per la prima volta, il mio cane mi ha rivolto la parola. Frasi piuttosto timide all’inizio, si capisce, a domanda risposta, sì no, d’accordo va bene, no non va bene: cose così, ma non da illetterato, piuttosto come se all’occasione stesse studiandomi. Difatti. Dopo un po’ ha tirato fuori la questione dei libri e con stupore, si capisce, ho dovuto riconoscere che è soprattutto un ottimo lettore. Mi ha citato passi rari e raffinati spiazzandomi spesso, Pierre Drieu La Rochelle, il Racconto segreto, Breton - Nadja, Philip Dick - In questo piccolo mondo, e altri titoli e autori altrettanto eccellenti che adesso non ho il tempo di elencare. Una conversazione che mi ha subito dato un piacere insolito, probabilmente per l’insolita delicatezza del mio interlocutore. E’ così raro al giorno d’oggi incontrare bestie tanto colte.


L'ORCA di Francesco Gambaro

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martedì 2 maggio 2017

lunedì 1 maggio 2017

(L'OCCHIAIA. 31.) di Elio Coniglio



   Maggio? Non ancora. Aprile marzolino, semmai! Grandine e pioggia: grossi chicchi frammischiati a secchiate d’acqua. E un cielo che resta  nuvolo anche a rovesci finiti. Solo nel tardo pomeriggio, un sole bugiardo esce allo scoperto. Qua dentro  la luce dei neon  fredda ogni cosa mentre scivola, sospettosa come un lampo, tra le mie mani pronte ad aggranfiarla, poi sgattaiola via verso l’esterno e lo argenta. Una sfacciata cavalletta verdina vi saltella dentro, ignara… Sono appena le 19:00 e la sera che cala ha un’aria spavalda, da ciaociao. 

GAMBARO / ALTOPIANO UNO / DUE



Rendere una superficie lucida, intangibile, è compito della cameriera della sua testa. La cameriera strofina per cancellare aggettivi e nastretti adesivi di un facile carnevale grammaticale, der heiland fallt vor seinem vater nieder... gene will ich mich bequemen. Spezza le unghie. Tenorizza l'evangelist, il pontifex, il jesus, il korus soccombendo ai violini. Spazzola compulsivo i dossi dossuti del proprio deretano. Canta nel vasetto d'acqua spiantata di una pianta grassa emettendo bollicine erbarme dich, mein gott. Soprassiede al dolore dei tatuaggi che stupidiggiano le ragazze sue figlie e residui simili. Un coretto di bambine dentro un coro soprano. Rendere una superficie lucida, sino a che la polvere non depositi, a pochi millimetri, ettari di se stessa senza avere peranza di atterrare. Rendere una superficie refrattaria all'elettrico polpastrello che adesso gocciola sangue come un cancro malfermo su se stesso. Un pianto di violini, un coretto di bambine, dentro un vassoio virtuoso di escrementi. Una testa non sa affogarsi, l'uomo, con coraggio, trascina dentro casa lo specchio trovato stanotte per strada, lo porta in cucina, si annega di birra, poi gli si siede davanti. Accende tutte le sante santuzze di casa. Un uomo lucido, intangibile (che si pulisce ossessivamente), si addormenta e scompare in grazia di se stesso.

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Ora - mentre beve un liquido amaro - immagina un uomo. Non uno qualsiasi, uno in particolare ma frutto di una sua possibile invenzione. Non è detto che esista infatti, potrebbe non esistere affatto, o forse sì: lo immagina perfettamente, volto compreso, il che avrà un suo preciso significato. Una sua importanza, diciamo. Se lo figura vestito di blu, camicia bianca, scarpe nere. Se lo figura con molti capelli. Lo immagina che entra in un bar e ordina da bere. Possibile esistita in un altro tempo? Non saprebbe dire. Se sopravvive a prove come questa, decide, è solo per il suo sangue di lupo mannaro. Niente può farlo indietreggiare, nemmeno la scortesia del barista che invita l’uomo a fare posto a altri possibili uomini. Che si sbrigasse per favore. Ora, non crede a storie come quelle che raccontano che ognuno di noi se immagina qualcuno lo immagina perché cerca un ampliamento del suo essere: usiamo frasi che a volte non dicono niente, gesti che a volte non servono a niente e molto spesso girovaghiamo senza una meta. Perché, dunque, immaginare un uomo invece dovrebbe avere un senso? La cameriera, però, spegne la sigaretta e guarda lui mentre beve appoggiato al banco. E lui è lì. Esiste. E aspetta un plenilunio che lo liberi. 

STORIE DEL SIGNOR JFK (82) “un primo maggio 10 anni fa” di Francesco Gambaro

STORIE DEL SIGNOR JFK (82) “un primo maggio 10 anni fa” di Francesco Gambaro


Alle 7 del primo maggio JFK nuotò lungo il corridoio per raggiungere la cucina. Volendo onorare la giornata dei lavoratori pensò, come tutti i giorni, di prepararsi un buoncaffè. E, per l'occasione, di servirlo in tazzina vergine. Ma, di tutte quelle che riuscì a trovare, nessuna risultò illibata. In più avevano - chi una, chi due, chi tutte - i manici rotti. Ora non può essere, disse. Una volta per tutte bisogna comprarne una con supermanici superinfrangibili. Detto fatto, spense il fuoco della caffettiera e scese deciso. Non fu difficile trovare un supermercato aperto. Tutti i supermercati, per il primo maggio, restano ormai aperti sin dalla notte del 30 aprile di dieci anni fa. Nemmeno fu facile: lunghe file di consumatori bloccavano chiassose tutte le entrate. A sera, quando finalmente arrivò il suo turno, JFK beccò un travailleur efféminé et très gentil che gli rifilò un servizio da coppia: due dolci vergini da caffè senza manici: ma che mi dici? le vuoi col manico? un bell'uomo come te pensa ancora al manico? ma chi le cerca più col manico? brrrrr, al solo pensiero. Dài, prendile e aspettami fuori che appena smonto le proviamo.

domenica 30 aprile 2017

sabato 29 aprile 2017

UN PENSIERINO di Gaetano Altopiano

UN PENSIERINO di Gaetano Altopiano




Allampanato e solitario, il pazzo. Chiedeva la carità per conto degli animali: cuccioli, cani bastonati, gatti randagi e cardellini ancora in gabbia. Tutte cause sacrosante. Per me non tengo nulla, diceva a chi gliene dava, ma un pensierino, un pensierino, diceva. Lo trovarono impiccato alla trave maestra di una stamberga che abitava saltuariamente insieme a altri poveri disgraziati. Una tana, più che altro - zona Oreto. La Caritas - si è saputo dopo - ogni tanto provvedeva a rifornire lui e gli altri di quello che poteva, latte, vestiti, pasti caldi, quando poteva e solo mentre dormivano, perché erano tipi intrattabili. Lui stesso un giorno - raccontavano gli Angeli della notte - pubblicamente prese a pedate una signora che non volle contribuire alla causa: ma un pensierino, un pensierino, gridava mentre scalciava. Il traffico bloccato tra piazza Croci e l’aeroporto di Orly. 

BIOGRAFIA AUTENTICA NON CONCORDATA DI GRILLO DETTO BEPPE di Francesco Gambaro

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venerdì 28 aprile 2017

ALIGHIERO NOSCHESE, IMITATORE DI VOCI di Francesco Gambaro

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FOCUS BENJAMINUS di Francesco Gambaro


Mi si sono svegliato camaleonte. Tutto verde stamattina. Forse per contrastare il fuoco che ancora arde e rifrange da dietro i boschi di Tusa, dalle parti di Pollina. Mi sono svegliato che ce l'avevo in testa, che mi era entrato per svegliarmi Aveva gli occhi verdi dell'amore. Quale buondio me l'ha recapitato dai recessi della memoria?



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giovedì 27 aprile 2017

LA VISITATRICE di Gaetano Altopiano







La visitatrice, da due settimane, non visitava più nessuno. Era invecchiata di colpo, inaspettatamente e voracemente, proprio come se il suo corpo si fosse svegliato all’improvviso con una fame di se stesso incontenibile. Quando il dottore entrò per l’iniezione aveva non so più quanti anni e la pelle cadente. Il dentista le aveva appena cavato tre mole marce, e un infermiere ormai la conduceva per casa con un girello e le cambiava tre volte al giorno la biancheria. Ma i turni prevedevano un numero di quindici famiglie che la visitatrice avrebbe dovuto visitare in quelle ultime due settimane, e tutte erano ancora in attesa. Lei era speranzosa, rivolgendosi all’infermiere diceva: appena mi rimetto andrò. L’uomo le sorrideva, girava dalla cucina e la portava sul balcone a prendere l’aria.  

DA ME VOGLIONO TUTTI LA STESSA COSA di Francesco Gambaro

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mercoledì 26 aprile 2017

STORIE DEL SIGNOR JFK (81) di Francesco Gambaro




Mai pensato a quegli stupidi esperimenti di Icaro. JFK cammina immaginando sotto di sé l'acqua. La terracqua. Fa questi esercizi di mattina. Approfittando della brina si alleggerisce di passo in passo. Sono un hovercraft, si convince, né Icaro né Gesù Cristo. Definisce questo suo desiderio di levità, felicità indotta. Allunga la gamba e prima che questa si poggi lancia l'altra. Sicché si trova, di sforbiciata in sforbiciata, come Dorando Pietri staccato dalla terra per nanosecondi. Accelera, e i nanosecondi diventano tanti che più non si raccapezza. Il sangue pulsa violento in testa sino all'ammaraggio nella grande vasca da bagno della sua piccoletta casa di montagna. Il sangue ora sbocca dai piedi, colora di rossocielo la masse d'eau. Allora è tutto un arrestare, fasciare, coprire papole, pustole, bubboni, felici ferite indotte. Pegno che JFK consegna volentieri all'insano desiderio di volare.

martedì 25 aprile 2017

SULLA SOGLIA di Francesco Gambaro

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IL DESOLATO di Gaetano Altopiano







Durante l’ora di applicazioni tecniche, sostenendo l’inutilità di cose come imparare a traforare un foglio di compensato o costruire un circuito elettrico elementare, il professore ci insegnò a usare una pistola. Gli allenamenti, per i seguenti fatti pratici, non cominciarono prima di aprile di quell’anno, 1974, periodo in cui i topi, sbucando dai tombini di via Emerico Amari, si arrampicavano lungo i canaloni del palazzo di fronte la scuola seguendo le scie odorose generate dalle prime ondate di caldo. Passavano sotto gli scarichi del secondo piano e tentavano l’arrembaggio al terzo, dove qualcuno, puntualmente, stoccava grossi sacchi di spazzatura sul balcone per giornate intere. Inutile, quindi, specificare chi o che cosa fosse il nostro bersaglio. Ma il preside, un bel giorno, inoltrò ugualmente una formale richiesta di chiarimento al professor Terrana, dicendosi desolato ma costretto a quell’indagine da fatti sopraggiunti il giorno prima. Erano i topi? Erano i sacchi di spazzatura? O era l’uomo che li depositava tutte le mattine?

lunedì 24 aprile 2017

RIELABORAZIONE DI UN COETANEO DI DRESDA E CORREZIONE DELLA DEFINIZIONE DI VESCICA NATATORIA di Gaetano Altopiano





Prima che si parli di tradizioni, le introduzioni. Nell’Altopiano dimezzato (foto) o in Durs Grunbein A metà partita (libro) + la vescica natatoria (definizione), questo: “E la mattina cosa schizza fuori dalla doccia? Acqua, che altro. Il rosso e il blu sul rubinetto vogliono dire solamente caldo e freddo. Ma che la pelle a strofinarla arrivi a squamarsi resta soltanto un sogno: l’asciugamani non ha spine, non colerà sangue sulle piastrelle e l’acqua dello scarico (che sembra un rantolo di morte) è solo igiene e profilassi. Eppure distruggere un corpo è più facile di quanto pensiate: basta un ago, una lama, un disegno, uno schizzo, un termometro introdotto in gola, una tempia sfondata, una forchetta.” Questo, ora, è un organo interno dell’anatomia dei pesci. Essa viene utilizzata per adattare il peso specifico del pesce all’ambiente riempiendosi di gas, sfruttando il principio (poi scoperto da Archimede) in modo da poter nuotare consumando meno energia e da poter effettuare spostamenti verticali senza nuotare. (E non “sfruttando il principio di Archimede”, Wikipedia). (f.to di f. gambaro)

INTRAMOENIA (Alfred Döblin) di Francesco Gambaro




Poco dopo era di nuovo intento a contare i suoi passi, uno, due, tre. Un piede dopo l'altro, le braccia ciondolanti dalle spalle. Improvvisamente, mentre il suo sguardo vagava vuoto sul ciglio del viale, il signor Michael Fiscer vide una figura tarchiata, se stesso, indietreggiare dal prato, avventarsi sui fiori e troncare di netto la testa di un ranuncolo. Davanti a lui si svolse, reale e tangibile, la scena che era accaduta dianzi sul viale oscuro. Questo fiore era preciso identico agli altri. Ma esso solo attirava il suo sguardo, la sua mano, il suo bastone. Il suo braccio si sollevava, il bastoncino sibilava nell'aria, colpiva, recideva la testa. La testa si catapultava in aria, scompariva nell'erba. Il cuore del commerciante si mise a battere all'impazzata. La testa recisa della pianta sprofondava ora pesantemente sotterrandosi nell'erba. Più giù, sempre più giù, attraverso il tappeto erboso, dentro nel terreno. Ora cominciava a girare vorticosamente nel ventre della terra, nessuna mano poteva fermarla. E dall'alto, dal moncone del corpo, cadevano gocce, dal collo bianco sgorgava sangue che colava nel buco, prima a poco a poco, come la saliva dall'angolo della bocca d'un paralitico, poi con un denso rivolo che si dirigeva viscido, con una schiuma giallastra, verso il signor Michael. Egli cercava inutilmente di sfuggirlo balzando di qua e di là, tentando di saltarlo via, mentre esso già gli lambiva i piedi. (Alfred Döblin, L'assassinio di un ranuncolo e altri racconti, Sugarco, 1980)

domenica 23 aprile 2017

sabato 22 aprile 2017

SULLE RIVE DEL TONTO (3) di Elio Coniglio (per il mio buon compleanno)

SULLE RIVE DEL TONTO (3) di Elio Coniglio (per il mio buon compleanno)



La giovane donna non è sola. Seduta accanto a Qualcuno, gli parla e mentre gli parla mi guarda e fa sfarfallare a bella posta entrambe le mani davanti alla bocca per non consentimi di leggervi le parole che di continuo sbocciano tra le sue labbra vermiglie. Non so quanti Martini dopo, infiamma le sue pallide guance con il fard, si alza, mi guarda, poi esce ancheggiando vistosamente. Non mi è difficile tallonarla senza farmi notare: ostacolata com'è nell'incedere dai tacchi alti che di continuo sbandano sui balatoni luccicanti d'acqua piovana e dalla pesante valigia che si trascina appresso, deve fermarsi spesso, a riprendere forze e fiato, mentre percorre questa stretta viuzza dove due bellicose bande di giovinastri con bandiere e stendardi - vecchi cenci legati in cima a lunghi bastoni - si fronteggiano guardandosi in cagnesco. La stazione ferroviaria non è lontana e, a quest'ora della sera, sulle panchine illuminate da una luce di un giallognolo malato c'è una affaccendata folla di bipedi in partenza, un insopportabile odore di olio di motore surriscaldato e un rumore assordante, persistente. Blocco la donna prima che s'infili in una carrozza e, di punto in bianco, le comunico che, a giorni, parto per Malta. "Malta non è l'America!" mi dice con un filo di voce nel preciso istante in cui due rapidi sferragliando sulle rotaie s'incrociano: le facce incollate al vetro, da uno dei finestrini - tutti illuminati a giorno -, Elio e Francesco ci guardano...   

VI VEDO BENE di Francesco Gambaro

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venerdì 21 aprile 2017

ZIVILISATION di Gaetano Altopiano







La morte lo colse in piena “Zivilisation”. Non fece in tempo a godersi il succo di pomodoro, né riuscì a spegnere la sigaretta che aveva appena arrotolato. Schiattò sul selciato del Cafè di Boubois, dove eleganti ragazze si baciavano tra di loro. Nel cadere investì sedie, bicchieri, disseminò monetine tutt’intorno e il tonfo ricordò il rumore di un sacco di spazzatura che precipita da una piccola altezza. La folla compose un semicerchio. La moglie fu rintracciata solo un paio d’ore dopo: usciva da una riunione, per tutto il tempo non era stata raggiungibile. Ora, ci sono tre modi di preparare un Bloody Mary e uno è senza la salsa Worcestershire. Il terzo è la variante analcolica Michelada, che prevede l’uso di birra messicana piuttosto che della vodka. Sul termine “Civilizzazione” invece non ci sono dubbi: decadenza, mantenimento in vita di modelli culturali già morti; termine usato da Oswald Spengler (1918) per definire il processo di disfacimento della civiltà occidentale; processo già iniziato nel XIX secolo e caratterizzato dallo strapotere della finanza e dell’informazione. In pieno svolgimento.