sabato 21 ottobre 2017

LA CRITICA D’ARTE E L’ART BRUT* di Sergio Toscano

La questione del bello e del brutto in campo artistico non potendo valersi di criteri scientifici o oggettivi, è ormai da tempo demandata agli ‘esperti’, i soli titolati a decidere che cosa sia arte e cosa no. I veri creatori sono allora gli scopritori di chi crea arte visiva.

La soluzione al quesito “chi erediterà le chiavi della cattedrale?” presuppone l’esistenza di
soggetti idonei a conferire specifico mandato per la gestione spirituale e materiale
dell’organismo di vertice ecclesiastico.
Il mandante, infatti, possiede la competenza statutaria per conferire al mandatario la legittimazione ad agire in suo nome e per suo conto, attestando con la sua designazione la sussistenza nel procuratore dei requisiti necessari per lo svolgimento della funzione pastorale. Analogamente, nel campo delle arti visive i possessori della competenza statutaria per designare chi può accedere all’esistenza pittorica stabiliscono, altresì, ciò che è otticamente corretto.
La definizione di “immagine corretta a fronte di tutte le altre immagini che sarebbero scorrette e quindi illegittime”1 è, quindi, statuita ad opera di soggetti abilitati a certificare l’otticamente corretto: è ciò che normalmente avviene per l’art brut.
La significata analogia, può, ancora, esplicitarsi per mezzo di un’altra.
Un accademico per produrre effetti nel campo matematico deve introdurre, per esempio, una nuova tesi su particolari equazioni e, poi, dimostrarne l’attendibilità scientifica.
Lo stesso accademico può ritrovare in una soffitta abbandonata il diario di uno schizofrenico in cui è riportata una nuova tesi su particolari equazioni, della quale riconosce la sua attendibilità scientifica.
Ora, a differenza di una formula matematica scoperta in soffitta la cui portata innovatrice è
dimostrata empiricamente con riscontri logici, la scoperta nella medesima soffitta di un’opera pittorica realizzata dallo stesso soggetto schizofrenico può essere canalizzata nella categoria dell’art brut grazie soltanto al giudizio di convalida del critico d’arte.
In entrambi i casi, il comune denominatore è costituito dall’assenza, da parte degli autori, di
volontà per produrre effetti nel campo matematico o pittorico.
Sul punto, è “significativo che i più coerenti – quindi i più incoerenti fra questi teorici della cultura naturale (Roger Cardinal per esempio) facciano della mancanza di ogni relazione con il campo artistico, e in particolare di un qualsivoglia apprendimento, il criterio più decisivo per stabilire l’appartenenza all’art brut2.

L’invenzione del creatore
L’assenza di un finalismo teso a produrre effetti nel campo artistico è, dunque, uno dei pre- requisiti che precedono la successiva ratifica dell’esperto d’arte.
Il pittore di art brut non entra nel campo di gioco della competizione artistica; anzi, ne ignora l’esistenza, contrariamente a ciò che normalmente accade.
Se nel campo religioso può verificarsi una contesa tra frati per il bastone del priore o nel campo scientifico una lotta tra accademici per l’affermazione di una particolare teoria, nell’art brut tutto ciò non accade: è assente ogni forma d’interesse o disinteresse alla competizione.
qui che interviene il giudizio colto dello “scopritore” che crea il creatore di “un’arte priva di artista, arte al naturale, scaturita da un dono della natura” che “dà la sensazione di una necessità miracolosa, alla maniera di una Iliade scritta da una scimmia dattilografa, fornendo così la giustificazione suprema all’ideologia carismatica del creatore increato”3.
La definizione della posta in gioco – l’invenzione del creatore e dell’art brut viene, quindi, compiuta per opera di chi ha accettato e gestisce l’eredità della critica d’arte, il quale tramite l’intronizzazione del creatore ostenta al mondo intero il possesso del bastone di priore delle arti visive.
1 Discorso sull’orrore dell’arte, Paul Virilio, Enrico Baj, Elèuthera, 2002, pag. 27 2 Pierre Bourdieu Le regole dell’arte, Il Saggiatore, 2005, pag. 324
3 Pierre Bourdieu, Le regole dell’arte, ibid. pag. 324 

*(già pubblicato in "retidedalus")

SULLE RIVE DEL TONTO (20) di Francesco Gambaro




Di notte mi porto in sogno una valigia. Elio mi fa: c’è proprio bisogno di portarti la valigia? In valigia ci sono io, come faccio a non portarmela? C’è anche un piccolo aquilone rosa a testa triangolare con una coda rosa. Lo rincorro ma non riesco a prenderlo, saetta senza alzarsi mai. Vive in campagna come me e ha un cane che lo sorveglia e, quando finalmente sono sul punto di chiapparlo, questo cane guardiano mi assale ringhiando. Nei sogni, per fortuna mi porto anche i bisogni di fare cacca o pipì. Così ogni volta me la faccio franca svegliandomi. Alzandomi, penso sempre a quella prima volta sulla H2 750 Mach IV Kavasaki: giro a scatto della manopola e il mio culo scappa per terra.

PIU’ GIOVANE DI LUI DI QUINDICI di Gaetano Altopiano





Una forma precoce di “sindrome della gamba senza riposo” lo colpì già nella seconda infanzia.   E’ ereditaria, non c’è dubbio, sentenziò il medico mentre cercava di fargli star ferma la  sinistra, e anche se mamma e papà non ne soffrono di certo qualcuno tra i suoi antenati ne aveva portato il  fardello. E’ un disturbo neurologico, di causa sconosciuta, e nemmeno tanto di rado colpisce anche i più piccoli. Il fatto è che - con possibili periodi di tregua - doveva tenersela per tutta la vita: non esisteva rimedio. E questo sarebbe stato ancora niente rispetto a  quello che l’aspettava, e che ovviamente - al momento - nessuno poteva sapere. Alle tre e un quarto di un certo mattino si sarebbe svegliato di soprassalto, avrebbe tastato il comodino e cercato il cellulare: un messaggio. Patrik Hyvarionen avrebbe rimesso a posto il telefono e pensato per un attimo a  Inati Muokatavaara, la sua  fidanzata. Poi avrebbe guardato  verso la cortina polare, in direzione di Hipun Kellari, il fiume dove da quarant’anni, la domenica,  trascorreva le sue giornate: alle sei  sarebbe sceso verso quel fiume e avrebbe iniziato la sua giornata di pesca al salmone. Alle tre e trenta invece sarebbe morto, schiattando per un infarto. Immaginate, ora, la sua gamba che continua a muoversi nonostante sia morto. Senza riposo. Ostinata. Più giovane di lui per almeno altri quindici minuti.

venerdì 20 ottobre 2017

STORIE DEL SIGNOR JFK (107) di Francesco Gambaro


Ma io ho mangiato, si interroga JFK. In effetti, pur senza più sonno, non ha le idee chiare. Ha rialzato metà corpo dal tavolo di cucina dove si era addormentato. Ha ripreso a pensare ma non è nemmeno in grado di capire la differenza tra l’avere fame e il non averne. Di sentirla e non sentirla. Le doppie questioni lo mettono in sofferenza. Si gratta la testa, si gratta giù per ricordarsi di qualcosa ma nessun ricordo soddisfa l’indagine tricologica. Intanto le doppie incalzano: vino gnocchi? cotti scotti? etcetera etc.

GALENA di Giuseppe Zimmardi


comincia a temere che il ciclo della luna sia cambiato definitivamente e non tocca forchetta, cucchiaio o coltello

attenta che la carne sia senza crepe o  buchi e il fegato lo può friggere anche con l’aceto, col vino, altri aromi e patate

la forza del saper fare e disfare, di orientare le braccia e mescolare lo spazio, la pancia disinvolta nel mambo, gli occhi e i giochi fieri

il binocolo sullo schermo del televisore setaccia il mezzobusto sgranato dell’annunciatrice

non avrebbe ritardi se non fosse per la  fisica, la sorella, stelle e  cristalli

ovunque per sempre ancora amore e la canzone non si compra, non si canta, non si vede, non si ascolta o tocca, venti misti


e stira la sottogonna bagnandola con acqua e amido

giovedì 19 ottobre 2017

STORIE DEL SIGNOR JFK (106) (a Diego Buonsangue) di Francesco Gambaro




Una farfalla della notte si fa desiderare ogni mattina sul salvasuole d’uscio della vecchia casa del vecchio JFK (84 portati ancora in sospensorio). Il salvasuole non ha stampigliato l’ironico Salve sul manto di arida plastica. Tuttavia la galeopiteca, chiroptirica, pteropa, cefalota, disopica, miopterica, nittidema, stereodermica, vampira Nottilia sta piatta tra la elle e la vi immaginarie.  Perché ogni mattina JFK non la scaccia, non la schiaccia, anzi, la scansa rischiando il vacillo femorale? Invecchieremo insieme, la saluta JFK, stringiamoci le ossa.